Questa sfilata non s’ha da fare, sembrava urlare il cielo in questi due giorni passati. Pioggia, pioggia e solo pioggia. Sfilata rimandata, la paura che anche, nella serata di ieri, non si sarebbe potuto combinare nulla. Ma alla fine il tempo è stato clemente, e il Rione Sant’Angelo è riuscito a portare in piazza la propria sfilata, dal titolo Somnii Memoro.

Il problema del rione sant’Angelo è che “ha potenziale, ma non si applica”, come direbbe una maestra sconsolata dopo averne provate di ogni. L’idea era buona, rappresentare il Parnassus, il celebre film del 2009 diretto da Terry Gilliam, in cui una compagnia teatrale errante cerca di sopravvivere come può mediante la magia, con l’ausilio di uno specchio, portale per un mondo fantastico, realizzabile grazie ad un patto stretto con il diavolo, che concede favori ma mai gratuitamente: in ballo infatti c’è l’anima di Valentina, figlia del Dottor Parnassus, capo della combriccola vagabonda. Ma tutto ciò risulta troppo crudele agli occhi di questi poveri malcapitati che proveranno in ogni modo a sconfiggere il diavolo e a salvare l’anima della ragazza.

La trama prova a rimanere fedele all’originale, semplificandosi di molto. Il problema principale, però, non è rappresentato da questa versione a tratti stilizzata del film ma dall’eccessiva sbrigatività e poca chiarezza con cui sono state presentate le scene, sebbene ci sia la volontà di organizzare il tutto secondo uno schema, strategia che, più che dare un senso logico, ha ingabbiato e basta lo spettacolo, donandoci una striminzita rappresentazione di una quarantina di minuti scarsi che, se fosse durata un po’ più a lungo, avrebbe potuto parlarci in modo più diretto, completo e piacevole.

Ma procediamo con ordine.

L’organizzazione scenica è semplice: esistono due mondi, il reale, con cui si apre questa sfilata, portando in piazza un carro un pelino troppo grande, che costringe ad addossare altri elementi scenici, tipo i banconi da mercato, contro le transenne degli spalti, facendo letteralmente morire una potenziale presenza che avrebbe potuto arricchire la piazza, contestualizzando l’assetto di paesello che si voleva ricreare. Me ne sono accorta dopo una vita che, oltre al carro e le persone, in piazza ci fosse anche altro. Una scenografia quindi, potenzialmente pensata bene, ma realizzata nel peggiore dei modi. Il carro centrale, una sorta di roulotte/calesse in legno, casa e palcoscenico della compagnia, entra ed esce dalla scena, scandendo i tempi e il passaggio fra il mondo del reale e l’immaginario. Questo alternarsi del carro “a due facce” una prima fatiscente, dimora della combriccola prima dell’incontro e patto del diavolo, e una seconda, appariscente, figlia degli sfarzi e degli inganni concessi dal demonio, ci riporta sì, da un mondo all’altro, ma ci dà anche l’impressione di trovarci sempre nello stesso punto. Altra pecca del rione, infatti, è stata la scarsità di carri portati in piazza e il giocare, appunto, con un unico carro, quasi fosse parte inglobante della scenografia di fondo.

Un momento della sfilata del Rione Sant’Angelo

La scenografia di fondo è, infatti, un altro elemento che ci aiuta nel passaggio dal reale all’immaginario. Un primo, fatto di assi dipinte di blu, rosso e bianco, che sembra richiamare parzialmente il colore del calesse, quasi appunto a voler stringere ancora di più questo legame di netta separazione fra reale e immaginario, e un secondo, rappresentato sempre dalle medesime tavole solo girate, ricoperte ed illuminate per creare un effetto argentato. Devo dire che l’effetto silver mi è piaciuto abbastanza.

Un’altra distinzione fra i due mondi, a mio modesto parere il più grande flop della sfilata, l’elemento disturbante e il creatore di tutte le perplessità e le incomprensioni lasciate nel post spettacolo, è la marcata divisione fra il recitato e il ballato. La recitazione appartiene al mondo vero, quello del sogno e della magia, invece, è rappresentato solo dal ballato. Anche qui, non sarebbe un problema, se le scene fossero state realizzate meglio.

Nel loro primo incontro il diavolo dice a Valentina che è fondamentale accompagnare i viaggiatori attraverso lo specchio, per impedire che si perdano nei loro peccati, nei loro desideri più reconditi ed oscuri. Due brevi balletti ci introducono in questo mondo peccaminoso, che poi di peccaminoso niente ha. La lussuria, ok. La paura dello scorrere del tempo, sono i due temi trattati nei due viaggi affrontati. Che poi, sono davvero questi gli argomenti trattati? Durante le due esecuzioni qualche dubbio ce l’ho avuto. I due balletti li ho trovati rappresentativamente deboli, come debole era il messaggio che volevano mandare e l’atmosfera in cui si sono venuti a realizzare.

Non potete promettere un mondo di tentazioni e poi darne una rappresentazione così blanda e scialba, dovrebbe essere un mondo psichedelico, delirante, allucinante. Non mi sentivo per nulla trasportata in un mondo di magia e trasgressione. E i personaggi in scena, l’uomo e la vecchietta, scelti a caso tra la folla popolare in scena per compiere questa grande avventura,non li ho visti particolarmente coinvolti nel loro viaggio all’interno degli angoli più bui delle proprie passioni. La vecchietta in particolar modo, si muoveva un po’ confusa, quasi non sapesse esattamente cosa dovesse fare, abbandonata e rilegata un po’ a se stessa, quando invece sarebbe dovuta essere protagonista della sua discesa nei suoi desideri e non solo comparsa.

Il finale va a perdersi poi completamente. Valentina che riesce a trascinare il diavolo nello specchio, la guerra tra bene e male, ancora una volta rappresentata da un balletto e qui, scusatemi, probabilmente sono lenta io, ma me l’hanno dovuto spiegare cosa stesse succedendo.

La sconfitta del malefico.

Che poi è apparente,no? Già, perché il vero senso del finale credo non sia stato colto da tutti.

Alla guida del calesse, alla fine, il cambio d’abiti del membro della compagnia con quelli di Satana non è stato ben evidenziato. Fosse per me, e qua vi giuro che ho altre persone che l’hanno intesa come me, il finale sarebbe stato positivo. La compagnia si dirige verso altre mete, ormai libera da qualsiasi patto.

E’ stato poi in seguito, discutendone, che è venuto fuori il vero senso della sfilata. Il cambio d’abiti, il portarsi dietro i vestiti del maligno ha un solo significato: non ci si può liberare del male. Ed allora ecco, che tutto cambia, tutto assume un nuovo valore, una rappresentazione non colta perché, ancora, il tutto risulta sbrigativo e poco accurato.

Torno a ripetere, se mai davvero il vero senso fosse questo, ma qui l’ultima parola tocca ai nostri amici santangelani.

Ho sentito qualcuno dire che non vale la pena spendere i soldi per andare a vedere le sfilate del rione giallo. A me non piace pensarla così, apprezzo sempre e comunque il lavoro che un rione si ritrova a fare, gli sforzi di una comunità che comunque, riescono a partorire qualcosa di grandioso.

Solo che spero anche io,ogni anno, che possiate fare di meglio. Dai che avete talento, vi dovete solo sforzare un pochino di più, io credo in voi.

Per saperne di più sul Palio de San Michele: paliodesanmichele.it

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