El Camino, una storia diretta da Vince Gilligan. Sei anni sono passati dalla fine di Breaking Bad, una delle serie più importanti dell’ultimo decennio, una di quelle serie che tutti conoscono, almeno per sentito dire.

Una pietra miliare. Un piccolo capolavoro.

Sei anni sono passati da quando abbiamo visto fuggire Jessie Pinkman a bordo di una Chevrolet, el camino, diretto verso chissà quale destino, accompagnato da una risata isterica di sottofondo.

Sei anni, in cui il creatore di questo piccolo gioiello non è riuscito a darsi pace, tormentato da una grandissima domanda, da un debito che, a suo parere, aveva ancora con gli spettatori.

” Che ne sarà ora di Jessie Pinkman?”.

Ed è da lì che il film riparte, da quella risata, da quegli occhi pieni di dolore, dal volto torchiato dalle sevizie della prigionia.

Lungo la strada, dietro a quel volto distrutto, Walter White, finalmente rilegato al passato per sempre. O quasi.

L’ultima fatica di Jessie Pinkman verso la libertà. E’ così che si potrebbe riassumere il film in una manciata di parole. Ma non parlerei di un vero “camino”, se l’intento del film fosse quello di giocare su questo doppio senso.

Già, perchè Jessie Pinkman non compie nulla di speciale, o meglio, non compie un cammino abbastanza speciale per il suo personaggio.

La vera preoccupazione di Vince Gilligan, più che interessarsi al futuro del povero personaggio, sembra incentrarsi sul poco spazio concessogli nel finale dell’ultima stagione. E sembra quasi voler riparare a questo errore.

Preponderanti sono i flash back che ci riportano alla serie, dando l’idea di procedere come boomerang,di venire lanciati in avanti per poi tornare indietro, senza riuscire a staccarci dalla trama originale. Per quanto i flash back siano funzionali ai momenti narrati, non credo che fossero poi così necessari, almeno se la trama avesse avuto il coraggio di muovere passi più indipendenti sulle proprie gambe piuttosto che farsi tenere la manina per tutto il film da mamma “serie tv”.

La pellicola, più che la fuga verso la libertà del giovane Pinkman, sembra volerci offrire un’appendice degli ultimi momenti della serie, ci riporta alla prigionia, facendoci però soltanto assaggiare gli effetti traumatizzanti sul nostro personaggio. Una doccia sembra bastare per far tornare Jessie come prima, lucido e spietato, senza aver imparato nulla in tutto questo tempo.

El camino, me lo immaginavo non solo come un viaggio fisico, ma anche mentale.

Un procedere dentro la mente di Jessie, verso una catarsi e non solo verso una nuova vita.

Jessie,infatti, per ottenere la libertà non fa altro che comportarsi da vecchio Jessie.

E Gilligan giustifica ogni atto riferendosi ad eventi precedentemente accaduti, concedendo più spazio ai flash back stessi che non all’azione attuale.

Rubare, uccidere, ingannare, tutto ci riporta ad un aspetto già ampliamente trattato in qualsiasi episodio di Breaking Bad, ricongiungendoci alle radici della serie stessa, nella comfort zone che per sei anni ha tirato avanti la baracca. Qualche recensione lo definisce appunto così “l’episodio più lungo di Breaking Bad”.

Non riesco a scorgerci positività in questa definizione, purtroppo.

Non che mi aspettassi un Jessie diverso già dai primi minuti di film, per carità, non sarebbe stato coerente con la narrazione spazio temporale, ma il film avrebbe dovuto essere comunque un addio alla serie o comunque un addio dalla serie tv;eppure, per le modalità in cui è stato realizzato, non riesce affatto nel suo intento. Siamo là, a guardare annoiati lo schermo, a vedere Jessie barcamenarsi nell’ennesima avventura della sua vita, nemmeno la più emozionante che abbia vissuto poi.

Alla fine ce la fa, riesce a fuggire, ad arrivare in Alaska, cambia il posto, ma non cambia l’uomo.

E quindi, in quella stessa chiusura a cerchio, a bordo di una nuova macchina, senza niente di nuovo se non un terreno diverso sotto i piedi, a fine film mi chiedo ancora:

” Che cosa ne sarà ora di Jessie Pinkman?”.

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