Gulyabani (2018) è il film del regista Gürkan Keltek presentato nella sezione dedicata ai Masterpiece della quinta edizione del Perugia Social Film Festival, il festival del cinema documentario a carattere sociale.
L’opera del regista turco si concretizza in un trip filmico di 37 minuti appena, ma che sembra interminabile nelle scene iniziali, tanto da rasentare l’eterna figura del demone Gulyabani: spirito inquieto che si appropria nell’animo della protagonista Fethiye Sessiz, veggente di Smirne, che nell’opera compare ma sotto forma di voce narrante.

La narratrice omodiegetica rammenta la sua vita nella Turchia della Post Repubblica e dei colpi di stato militari. Ricorda la sua diversità nei confronti degli altri e, soprattutto, gli abusi e le violenze subite in quello che è stato uno dei periodi più bui e drammatici del suo paese.

Gulyabani sembra raccontare una storia senza una ben precisa struttura narrativa: il film riesce a dare voce a un dramma partendo da immagini e da un ritmo lenti, perpetui nelle loro ripetizioni iniziali e rappresentate da paesaggi campestri o dal bosco che circonda una casa isolata e abbandonata.

Ma sono, queste, sensazioni più che semplici immagini. Le stesse sensazioni che poi mutano passo e diventano immagini elettriche, documentario nel deserto e momenti di vita cittadina o di cronaca nel momento in cui il narratore sposta il racconto nell’ambito della prigionia. Per poi fare scomparire totalmente quella pur sottile linearità e quel sottile strato di trama, lasciando che il finale parli da solo attraverso una stroboscopica visione di immagini rapidissime e sconnesse e di suoni che sembrano provenire da un altro pianeta.

Gulyabani termina in uno straniamento che ubriaca in un trip audiovisivo che è corpo, nella prima parte, e mente sconquassata e funestata dal terribile passato nella seconda parte.

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