Ghassan Halwani è un ragazzo libanese. Non ha vissuto la guerra civile libanese ma ne conosce alla perfezione la terribile ferita che si è lasciata dietro nel paese. In Erased, Ascent of the Invisible, va alla ricerca dei volti di quei civili scomparsi e mai ritrovati, né vivi né morti.

Il viaggio del regista tra le mura di Beirut è una ricerca archeologica di scavo sotto i manifesti pubblicitari che affollano le pareti cittadine. In trent’anni nessuno ha pulito le mura della capitale, e sotto decine di anni di manifesti e cartellonistica vengono recuperate queste faccia, appartenenti a un popolo di fantasmi.
La guerra civile in Libano ha lacerato famiglie, quartieri, comunità, e una nazione intera, ancora ostaggio di una logica etnica, fissata anche in costituzione.

Padri e figli alla ricerca dei loro familiari si dannano per scoperchiare quel vaso di omertà che ha permesso la riappacificazione del paese.

La ricerca della verità di Ghassan e degli altri parenti degli scomparsi si inserisce in un dilemma etico che si ripresenta ad ogni guerra civile. Questo tipo di conflitto è infatti il più tragico e violento che possa deflagrare in una comunità. Mette l’uno contro l’altro vicini di casa, amici e parenti. La distruzione è totale, sia fisica che morale.

Di James Case from Philadelphia, Mississippi, U.S.A. - Green Line, Beirut 1982, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4658023
Beirut durante la guerra civile libanese

L’unico modo per porre fine alla guerra senza la totale distruzione del nemico è scendere a patti e lasciarsi alle spalle i mesi passati a spararsi reciprocamente. È successo così in Italia nel 1945, in Spagna dopo la dittatura di Franco e pure in Libano.

Senza queste condizioni di totale amnistia la guerra sarebbe finita? Ne è valsa la pena? È giusto così? E di coloro che ormai sono morti, o scomparsi per sempre?

Per queste persone, e per i loro familiari, la guerra può dirsi realmente finita?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here