Il compianto drammaturgo Dario Fo asserì: “La satira è un’espressione che è nata proprio in conseguenza di pressioni, di dolore, di prevaricazione, cioè è un momento di rifiuto di certe regole, di certi atteggiamenti: liberatorio in quanto distrugge la possibilità di certi canoni che intruppano la gente.”
Correva l’anno 2011 quando Antonio Albanese, assieme al fidato regista Giulio Manfredonia, decise di portare sul grande schermo uno dei suoi personaggi più riusciti: Cetto La Qualunque.

Non è un caso che il nome di questa sua creatura si associ palesemente al termine qualunquista, in quanto Cetto La Qualunque è un politico calabrese corrotto e depravato che si preoccupa esclusivamente dei suoi interessi millantandosi come un grande statista e un grande imprenditore.

Questa maschera, impersonificata in modo irriverente e parossistico da Albanese, rappresenta molto efficacemente il non plus ultra della nefandezza italica in chiave volutamente satirica e a tratti grottesca.

Mentre in Qualunquemente Cetto si candidava a sindaco e nel seguito Tutto tutto, niente niente veniva arrestato e successivamente messo in parlamento da un ambiguo sottosegretario assieme ad altri due singolari carcerati (interpretati dallo stesso Albanese), in questo terzo e ultimo capitolo di questa trilogia cettiana il protagonista ha addirittura l’ambizione di diventare Re d’Italia.

Tra battute al vetriolo, tormentoni evergreen del personaggio e riferimenti neanche troppo velati alla nostra situazione politica attuale, Cetto c’è, senza dubbiamente si può tranquillamente definire come un instant movie fiabesco che mette alla berlina le falle della nostra classe dirigente non rinunciando al consueto surrealismo e alle classiche battute nonsense che sono da sempre parte integrante della comicità di Antonio Albanese.

Quest’ultimo da vita ad un’operazione analoga a quella fatta a suo tempo da un certo Charlie Chaplin nel film-capolavoro Il grande dittatore, riuscendo grazie ad un talento impareggiabile ad azzeccare tutti i tempi comici, dimostrando così ancora una volta di essere uno dei migliori comici della sua generazione. Anche se in questi anni di luminosa carriera Antonio Albanese ha dimostrato tutta la sua versatilità interpretando personaggi drammatici per registi impegnati come Gianni Amelio, Pupi Avati e Francesca Archibugi con la solita innata bravura. D’altronde come asseriva il compianto scrittore Alberto Moravia: “La comicità implica l’esperienza indispensabile della serietà, mentre la serietà non implica affatto l’esperienza della comicità.

Consiglio dunque caldamente la visione di questa opera esilarante ed intelligente che vi farà divertire, senzadubbiamente!

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