Il Sons of Denmark di Ulaa Salim ci trascina in una realtà tanto tesa quanto attuale. Alcuni parleranno di distopia, ma è la piena contingenza della realtà.

È tempo di elezioni in Danimarca. Il leader di un partito di estrema destra soffia sul fuoco delle tensioni etniche dopo che un attentato ha aperto una profonda ferita nel cuore di Copenaghen. Tutto questo opprime Zakaria, un diciannove di origine irakena che vive in quartiere popolare e periferico della capitale.

Rientrando a casa, una sera, trova una testa di maiale e una scritta minacciosa scritta col sangue sull’atrio del suo palazzo. Zakaria teme per se stesso e per la sua famiglia. Ha paura che qualcuno possa fargli del male come ritorsione per l’attentato. La sua rabbia e la sua paura vengono sfruttate da una cellula terroristica che ha l’obbiettivo di uccidere Martin Nordahl, il leader del sopracitato Movimento Nazionale danese.  

Zakaria viene così addestrato da Ali, che la sera dell’attentato al leader sovranista si scopre essere un poliziotto infiltrato di nome Malik. Di origine araba anche lui, è stato utilizzato per infiltrare la cellula e sgominare attentati. Malik difende giustamente quello che è il suo paese.

Il trailer di Sons of Denmark

Inizia così il secondo e più intenso atto del film. Malik si rimette al lavoro, solo che questa volta deve attenzionare i Figli della Danimarca, i Sons of Denmark del titolo. Questi sono un movimento di estrema destra neonazista, che odiano gli stranieri e gli immigrati. Il loro scopo è quello di ripulire la Danimarca da quella che per loro è feccia.

Malik durante le sue indagini viene a conoscenza dei piani criminosi del gruppo, pronti a dare l’avvio della pulizia etnica il momento subito dopo la vittoria elettorale di Martin Nordahl. Ma l’attenzione delle forze di sicurezza rimarrà concentrata su una più generica minaccia islamica. I Figli della Danimarca sono una minaccia imminente, ma questo sembra non interessare. Malik si trova così sul filo di lana. Da una parte teme per la sicurezza della sua famiglia, ma dall’altra deve seguire gli ordini dei suoi superiori.

Ulaa Salim racconta una storia capace di scuotere tutti gli spettatori in sala. La tensione è palpabile dal primo all’ultimo momento del film, e diventa impossibile non partecipare emotivamente a quanto si vede sullo schermo.

La costruzione narrativa è ottima, e la scelta di due protagonisti permette di poter indagare più a fondo e più livelli le tensioni della società danese.

Sons of Denmark non ci parla di una realtà lontana e irreale, ma di qualcosa di molto vicino e attuale. Quelle tensioni che Ulaa Salim riporta sullo schermo sono già visibile nelle nostre città e negli articoli di cronaca. Dobbiamo solo scegliere se fare qualcosa per scioglierle o non fare niente e lasciarle esplodere. Con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe.

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