Durante le feste, mentre in Italia si discuteva se Checco Zalone fosse di destra o di sinistra, nel mondo cattolico una produzione originale Netflix brasiliana destava scalpore. La prima tentazione di Cristo è lo speciale di Natale 2019 con cui il colletivo satirico Porta dos  Fundos ha dato il via a un nuovo scontro tra libertà d’espressione e sensibilità religiosa.

Sì perché il medio metraggio brasiliano, disponibile anche in Italia con sottotitoli italiani, si lancia senza indugi in una dissacrante messa in scena del trentesimo compleanno di Gesù. Dissacrante a tal punto che il caso è arrivato più volte in un mese davanti ai giudici brasiliani, fino a quando il giudice Benedict Abicair, di Rio de Janeiro, non ne ha ordinato la rimozione per difendere l’onore dei cristiani e della società brasiliana stessa [1].

Siamo sempre lì alla fine. Si possono mettere limiti alla libertà d’espressione? E chi decide quali sono questi limiti? A parte la discussione interessante e ricorsiva sull’importanza della libertà d’espressione, La prima tentazione di Cristo è un prodotto che riesce ad andare oltre il suo essere blasfemo?

A volte.

Mettiamo per un momento da parte il fatto che sia un prodotto inaccessibile per un pubblico religiosamente sensibile. La prima tentazione di Cristo mette infatti in scena un Gesù Cristo omosessuale, un triangolo amoroso pronto a scoppiare tra Giuseppe, Maria e Dio, dei Re Magi dissoluti e disfunzionali durante una classica festa di compleanno. La storia, se per un primo momento sembra semplicemente essere costruita per dare fastidio, riesce a reggersi in piedi e a mantenere un buon ritmo. Anche i tempi comici non sono banali e mantengono alta l’attenzione dello spettatore.

È però inutile girarci intorno. La prima tentazione di Cristo è certamente un film blasfemo –se il catechismo mi ha insegnato qualcosa, ma questo non è comunque una giustificazione per compiere un attento dinamitardo alla sede dei Porta dos Fundos [2].

Siamo sempre là. A girare intorno allo stesso concetto: cos’è la libertà d’espressione?

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