“Quando la lasciamo fare, la natura si tira fuori da sola pian piano dal disordine in cui è finita. È la nostra inquietudine, è la nostra impazienza che rovina tutto, e gli uomini muoiono tutti quanti per via dei farmaci e non per via delle malattie”. Questo estratto molto significativo appartiene ad una celebre pièce teatrale dal titolo Il malato immaginario, scritta e messa in scena dall’indimenticato commediografo Molière nel 1673.

Nel 1979 Tonino Cervi, regista di opere come L’avaro e Ritratto di borghesia in nero, decise di portarla sul grande schermo scegliendo Alberto Sordi come protagonista.

La vicenda si svolge nel XVII secolo e vede come personaggio principale Argante (Sordi), un ricco proprietario terriero che ha paura della vita e per eluderla si convince quotidianamente di essere malato. Esso è circondato dalle cure amorevoli della serva Tonietta (Laura Antonelli), della moglie Lucrezia (Marina Vlady), della figlia Angelica (Giuliana De Sio) ed è costantemente monitorato dalla sua personale equipe medica che per mero interesse lo asseconda nella sua follia.

Il film si può considerare come una pregevole commedia all’italiana che mescola sapientemente ingredienti comici e drammatici. Alberto Sordi come al solito offre al pubblico un’interpretazione straordinaria caratterizzata da cambi di registro ineguagliabili, l’attore romano fa ridere di gusto in numerose sequenze che non rinunciano al turpiloquio, alle flatulenze e a battute grevi che l’Albertone nazionale riesce a recitare egregiamente evitando di cadere nel cattivo gusto. Allo stesso tempo riesce altresì a farci commuovere e riflettere in molteplici scene ricche di poesia.

Il malato immaginario possiede l’enorme merito di descrivere con efficacia il contesto storico nel quale è ambientata mettendo alla berlina l’arretratezza della medicina della sua epoca e le discriminazioni che venivano fatte nei confronti della classe contadina che era solita a numerose insurrezioni nei confronti dei cosiddetti padroni.

Il malato immaginario si può considerare infine come un vero e proprio inno al coraggio. Argante infatti, essendone sprovvisto, si perde tutte le cose belle della vita e non capisce neanche più chi gli vuole bene davvero e chi no; la sua proverbiale ipocondria lo porta ad avere una percezione molto distorta della realtà che lo circonda.

Il cast di contorno è di tutto rispetto e annovera bravi attori di commedia come Christian De Sica e Vittorio Caprioli, una dolce ed incantevole Giuliana De Sio in erba, un esilarante Bernard Blier nei panni di un dottore sui generis e un’ affascinante e conturbante Laura Antonelli, vera e propria icona del cinema italiano degli anni ’70 e ’80.

Concludo con le seguenti parole dell’illustre filosofo olandese Erasmo da Rotterdam perfettamente in linea col significato del film: “Sono due i principali ostacoli alla conoscenza delle cose: la vergogna che offusca l’animo, e la paura che, alla vista del pericolo, distoglie dalle imprese. La follia libera da entrambe. Non vergognarsi mai e osare tutto: pochissimi sanno quali messi di vantaggi ne derivi.”

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