Pupi Avati inizia la sua carriera nel cinema partendo proprio da uno dei più usati e abusati generi narrativi e stilistici: l’horror. Partendo nel 1968 con Balsamus, l’uomo di Satana, si arriva a La casa dalle finestre che ridono, anno 1976. Il film rappresenta infatti l’apice del successo del regista bolognese nel regno dell’oscuro. Dopodiché, si dedicherà più alla commedia e a drammi leggeri ma sofisticati. Sempre nella sua inconfondibile tecnica espressiva.

La trama de La casa dalle finestre che ridono

La casa dalle finestre che ridono, del 1976, rappresenta l'apice del successo di Pupi Avati come regista di film gialli e dell'orrore. Con Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Bob Tonelli e Eugene Walter.
Lino Capolicchio in una scena del film

Il giovane restauratore Stefano (Lino Capolicchio) viene assunto dal sindaco di una cittadina in provincia di Ferrara per restaurare un affresco di Buono Legnani: meglio noto come il pittore delle agonie. Il dipinto infatti rappresenta il martirio di San Sebastiano, unico soggetto non rovinato dell’opera. I volti dei due carnefici ai lati, che lo trafiggono con dei pugnali, sono invece in uno stato visibilmente deturpato..

Sarà proprio quel dipinto la chiave delle atrocità alle quali Stefano viene coinvolto pochi giorni dopo il suo arrivo. Il misterioso suicidio dell’amico Antonio (Giulio Pizzirani), colui che aveva messo una buona parola col sindaco. Le voci che girano attorno al quadro, e la segreta casa del Legnani e delle due sorelle: le stesse che, secondo la storia, procuravano al fratello nuovi modelli che poi lui dipingeva mentre le due lo uccidevano.

Qualcuno sa. Qualcun altro anche troppo, e Stefano riesce a sapere tutta la storia del pittore dal tassista del paese Coppola (Gianni Cavina). Noto ubriacone e uomo manesco che, non potendo più bere vino in città, si fa passare da Stefano delle bottiglie sotto mano, in cambio del suo terribile racconto. Ma il mistero non è ancora del tutto svelato.

Alla leggenda si lega la superstizione. Alla superstizione si accosta la colpa del sapere e del non poter confessare. Da una fantastica storiella di paese, quella del prete donna, che da bambino Avati aveva sentito dalla nonna, costruisce un giallo esemplare che entra ed esce continuamente dal fantastico alla realtà, confondendo sempre lo spettatore.

La cosa più vera de La casa dalle finestre che ridono, sono i morti e le sparizioni che avvengono ogni qual volta il protagonista è un passo dalla verità. Sono vere le nostre reazioni di puro terrore alle scene e alle atmosfere spaventose che il regista allestisce con cura e precisione.

Quarantatré anni dopo il grande successo, il cerchio dell’orrore di Avati, cominciato come accennato nel ’68, sembra chiudersi con Il signor Diavolo. Già acclamato come un nuovo cult, l’ultima opera di Avati ribadisce la sua maniera di concepire l’orrore, il thriller e il fantastico. Tutto nasce dalla superstizione, dalle stravaganze, dalle leggende, ma è poi la realtà che gestisce e riordina.

l’Emilia poi, terra anche di un personaggio stravagante come Antonio Ligabue, sembra essere il luogo adatto dove scatenare la fantasia, le profacole e le forse più maligne. Pianeggiante, assopita, soporifera. Il posto dove non vorresti mai ritrovarti solo.

Nessun altro film dello stesso genere riuscì a superare la forza e l’impatto che ebbe La casa dalle finestre che ridono. Forse, a distanza di tanti anni, Il signor Diavolo ne è un vero e proprio erede, all’altezza del precedente.

La casa dalle finestre che ridono, del 1976, rappresenta l'apice del successo di Pupi Avati come regista di film gialli e dell'orrore. Con Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Bob Tonelli e Eugene Walter.
Una scena de Il signor Diavolo (2019)

Nel film del 1976, molti attori che si ripetono nella filmografia del regista e che si ritrovano poi nell’ultima opera del 2019. Lino Capolicchio e naturalmente Gianni Cavina. Attore feticcio di Avati e collaboratore in molte occasioni alla sceneggiatura. Da ricordare anche, Francesca Marciano, Vanna Bustoni, Bob Tonelli e Eugene Walter, nel ruolo di Don Orsi.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here