Xavier Dolan, l’enfant prodige del cinema canadese, è un attore, sceneggiatore, regista, costumista, doppiatore e tanto altro ancora. Nasce a Montréal, in Canada e da lì parte la sua incredibile carriera. Debutta sin da bambino come attore e ad appena vent’anni si fa notare come regista, realizzando il suo primo film J’ai tué ma mère,per nulla banale o immaturo, nonostante la sua giovane età. Nel corso degli anni saranno in parecchi ad accorgersi delle straordinarie doti del regista, il quale sembra sfornare un capolavoro dietro l’altro, accaparrandosi premi e riconoscimenti per quasi la totalità delle sue pellicole.

J’ai tué ma mère è un film drammatico ed emblematico, in cui tema centrale è il rapporto conflittuale fra madre e figlio. Un dialogo che sembra sempre posto su due piani differenti, di voci che si scontrano e incontrano sbattendo tra di loro senza darsi la giusta attenzione. Un rapporto che non trova spazio nemmeno per la libertà d’essere, in quanto da entrambi le parti la priorità sembra essere quella di rimanere troppo ciechi e impegnati a rimarcare le proprie convinzioni, non offrendo fiducia né accoglienza. Altro tema importante, in cui Xavier Dolan mette tutta la sua anima, è la difficoltà di vivere in santa pace la propria omosessualità, tema che già in questa pellicola viene presentato in modo nudo e crudo, ottenendo un peso crescente man mano che il film scorre.

J'ai tué ma mère di Xavier Dolan
J’ai tué ma mère di Xavier Dolan

Il vivere gli affetti in modo turbolento e doloroso ritorna anche nella pellicola successiva Les amours imaginaires, in cui un oggetto del desiderio comune porterà alla frattura di un solido rapporto di amicizia tra Francis e Marie, entrambi innamorati di Nicolas. Film caratterizzato da un crescendo sempre più teso fino a sfociare in atteggiamenti maniacali ed ossessivi per riuscire ad accaparrarsi egoisticamente l’amore. Una corsa ad ostacoli, una gara feroce che porta ad annullare se stessi e l’altro, per un premio a cui viene data fin troppa importanza rispetto al reale.

Laurence anyways e il desiderio di una donna è il doloroso percorso di transizione di Laurence da uomo a donna che, finalmente, in età adulta, ha il coraggio di imporre se stesso e la propria felicità, realizzabile soltanto con il realizzarsi della propria identità. Ruolo centrale avrà la compagna di Laurence, Fred, che lo accompagnerà nel suo percorso. La storia esplora reazioni e difficoltà di due persone che si amano, che provano a resistere nonostante le difficoltà e di come, il raggiungimento della felicità, non sia comunque privo di dolore e di rinunce. Questo film ci insegna che per raggiungere se stessi vi è sempre un prezzo da pagare, che bisogna fare delle scelte dolorose nella vita, che bisogna valutare bene cosa significa la felicità e che purtroppo, la propria felicità può corrispondere al dolore degli altri.

Il rapporto con se stessi e gli altri è vissuto in maniera sempre drammatico nelle pellicole del regista canadese, in cui appare chiaro che il binomio principale che regge le relazioni interpersonali sia rappresentato da un feroce ed esasperato “odi et amo”, tanto più è l’amore, tanto più è il dolore.

Tom à la ferme racchiude benissimo tutto ciò che è stato detto fino ad ora, proiettando lo spettatore in un mondo ancor più malato e ancor più grottesco. La violenza generata dall’odio verso se stessi, la propria natura e la natura altrui reggono in piedi tutto il film. È la storia di un ragazzo, Tom, la cui unica volontà sarebbe quella di piangere liberamente il suo amato Guillaume, scomparso in un incidente a soli venticinque anni. Ma una brutta sorpresa l’aspetta una volta arrivato alla casa natale del suo defunto compagno: un mondo ottuso, ostile, fatto di menzogne e di violenza, di rifiuto della realtà in modo cieco ed ostinato. E così Tom dovrà nascondere il suo essere fino a finire vittima di quel mondo, dell’odio di Francis, fratello di Guillaume, inabile di realizzare se stesso, di staccarsi da una realtà che odia e di vedere ed accettare se stesso per quello che è. La violenza fisica, l’omofobia di Francis nei confronti di Tom, genererà un rapporto malato di attrazione e repulsione, portando Tom ad una sorta di “sindrome di Stoccolma”, mentre lo spettatore rimane inorridito a guardare, pregandolo di scappare.

Mommy allenta un po’ la tensione senza abbandonarla del tutto. È la storia di una madre, Diane, e della lotta per la libertà di suo figlio, Steve, un ragazzo irrequieto e con problemi, che potrebbe, grazie alla controversa legge S14, semplicemente spedire in una struttura psichiatrica, saltando tutte le procedure del caso. Ma Diane non molla e, tra conflitti, urla, atti di violenza e un amore sempre più ambiguo fra i due, a tratti incestuoso,si svolge questa storia, che si muove come una montagna russa in cerca di un equilibrio, mentre, intorno, ruotano gli altri attori della vicenda, contribuendo a cambiare i piatti della bilancia. Mommy è la dimostrazione che si può affrontare una stessa tematica senza essere banali e scadere nella brutta copia di se stessi. Nonostante numerose assonanze con “J’ai tué ma mére”, il film se ne discosta, costruendo ancora più complessi piani relazionali, andando a scavare ancora più a fondo nel rapporto madre-figlio. Sebbene la produzione di Dolan risulti ridondante nei temi, questo ci insegna di come vi siano numerose sfaccettature dalle quali osservare e da osservare, non risultando mai noioso, non dando mai l’impressione di stare a guardare un film già visto

Juste la fin du monde allarga i problematici conflitti interpersonali, andando a coinvolgere l’intera struttura di una famiglia. Come reagiranno i membri della famiglia di Louis, una volta che scopriranno che gli rimane poco tempo da vivere? Basterà questo per riuscire a mettere da parte tutti i dissapori, l’odio e i risentimenti e a fare finalmente pace, a mettere una pietra sopra, prima dell’addio definitivo? Sono i sentimenti negativi più forti della morte oppure vi è una soluzione ai turbolenti meccanismi che regolano i rapporti umani? Una pellicola assolutamente da vedere, per comprendere ancora di più il punto di vista del nostro amato Dolan, per rispondere a una domanda importante: esiste una soluzione per il regista o rimane tutto così, difficile e insormontabile anche davanti alla morte?

La mia vita con John F. Donovan è il primo film in lingua inglese del regista, uscito nel 2018 e con un cast d’eccezione. E’ la storia dell’amicizia epistolare fra Donovan e un suo fan, Rupert Turner, che, in seguito alla morte della celebrità, deciderà di concedere un’intervista per raccontarne la storia, per parlare di quella figura abbandonata da tutti, tra una vita di sofferenza e una morte in disgrazia. Il film, nonostante annoveri nomi importanti quali Kit Harinton,Natalie Portman,Katie Bates e tanti altri, rappresenta il primo vero flop del regista, ottenendo solo il 18% di recensioni positive basate su 17 totali su Rotten Tomatoes. Che l’avvicinarsi al mondo di Hollywood abbia rovinato la sua autenticità? Anche se la risposta fosse affermativa, speriamo che non sia un processo irreversibile.

La mia vita con John F. Donovan di Xavier Dolan
La mia vita con John F. Donovan di Xavier Dolan

Infine, Mattias e Maxime, ultima produzione del regista canadese che lo rivede tornare sui suoi passi. Di nuovo un film di ricerca e rinascita, di interrogativi sulla propria identità. Fuggire, ritrovarsi, guardarsi negli occhi e chiedersi “chi sono io?”

Xavier Dolan - Film Mattias e Maxime
Mattias e Maxime di Xavier Dolan

E’ indubbio di come il vissuto di Xavier Dolan si ritrovi prepotentemente nelle sue opere. La sua omosessualità, la difficoltà di affermare la propria identità, in un mondo che parte dallo specifico, da una storia bella strutturata, con personaggi, situazioni e storie ma che non esclude il proprio pubblico, che invece si ritrova in modo più o meno profondo. La ricerca dell’io non è solo un tema caro al regista, ma è universale,ci interessa tutti, guida le nostre vite. L’affermazione, il riconoscerci e il farci riconoscere per quello che siamo, il cercarci, il darci un volto definito allo specchio, sono tutti temi che ci riguardano e che influenzano la vita umana, in modo più o meno cosciente. E’ proprio questo, l’universalità delle tematiche che rende le pellicole instancabili. Unito sicuramente a uno script accattivante, una fotografia geniale e mozzafiato, che contribuisce a rendere ancora più drammatico il tutto, l’uso sapiente delle scenografie e i colori. Insomma, Dolan non lascia mai nulla al caso, ma mette tutto se stesso, la sua cura per i dettagli, l’amore per il cinema, regalandoci l’essenza della natura umana, racchiusa in meno di due ore di film.

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