Accade, dopo aver appena terminato di leggere un libro che si è amato, di avvertire il desiderio di parlarne con qualcuno; di cercare, nella cerchia di chi si conosce bene o appena, una persona con la quale condividere le emozioni che quella storia ci ha suscitato, il senso che vi abbiamo letto, il segreto che vi abbiamo trovato.

Questo desiderio può raggiungere una dimensione incontenibile con Uccidere un passero, titolo originale, e forse ben più azzeccato, de Il buio oltre la siepe. Romanzo di Harper Lee ambientato nell’Alabama nel 1935, pubblicato nel 1960, nonostante i cambiamenti storici e l’innegabile evoluzione sociale e culturale rispetto all’epoca dei fatti che vi sono narrati, continua a risultare ancora oggi, e forse come tutti i classici per sempre, di una sconvolgente, disarmante attualità.

Per più ragioni.
Scout e Jem, due fratelli legati da un legame di affinità, benevolenza e protezione (legame che già di per sé potrebbe dirsi il cuore del romanzo) stanno crescendo in un mondo ancora segnato dai pregiudizi razziali e da sopraffazioni ed ingiustizie che essi non capiscono, e ai quali il padre con l’esempio li educa ad opporsi.

Attraverso queste due delicate, indimenticabili figure, si disegna un’immagine di infanzia e preadolescenza, di relazioni fraterne e amicali, di rapporti padri e figli e di educazione, quasi archetipica, una visione che oggi non può non suscitare nel lettore un senso di struggente nostalgia.

La loro curiosità verso l’inspiegabile, il misterioso e l’avventura, le loro innocenti disobbedienze, la sana preoccupazioni e il coraggio, l’incapacità di concepire le ingiustizie umane del loro tempo e l’ostinazione nel non accettarle, sono doti che, se coltivate con l’impegno di Atticus, il padre avvocato difensore dei “negri”, ritroviamo in tutte le infanzie, in tutti i percorsi di crescita. Esse rappresentano la spinta che permette il cambiamento culturale, il distanziamento della generazione successive da quelle precedenti, il superamento dei loro limiti e preconcetti, e di questa spinta, oggi come nella Maycomb del 1935, abbiamo tanto bisogno.

E, ancora, purtroppo, abbiamo bisogno di capire ad un livello più profondo e diffuso tante verità, verità sulle differenze tra gli uomini e le donne, tra le classi sociali, tra i popoli. E di comprendere a pieno, ed estendere a tutte le nostre visione stereotipate e pregiudizievoli di ciò che è diverso da noi, le parole dell’arringa difensiva di Atticus:

“(…) la verità è questa: alcuni negri mentiscono, alcuni negri sono immorali, alcuni negri non possono essere lasciati accanto alle donne, nere o bianche che siano. Ma questa è una verità che si può applicare a tutta la razza umana e non a una particolare razza di uomini. Non esiste una persona, in quest’aula, che non abbia mai detto una bugia, che non abbia mai fatto una cosa immorale, e non esiste un uomo al mondo che non abbia mai guardato una donna con desiderio!”


Parole sulle quali ancor oggi sarebbe d’obbligo riflettere con i nostri figli, coi nostri studenti, o scriverle sui muri delle sedi politiche delle nostre città, del nostro paese, del mondo.

E poi, il passero. Un uccello indifeso, simbolo di libertà e convivenza felice, richiamato più volte nel romanzo per evocare quanto sia più facile per gli uomini sopraffare il più debole (il “negro” o, sul commovente finale, Boo Radley) fisicamente o psicologicamente, che modificare i propri modi di pensare e, quindi, mettere a rischio, in un certo modo, le proprie certezze. È sempre pieno di questi piccoli uccelli, e ancora oggi, tanti cacciatori che neppure si ritengono spietati non esiterebbero a colpirli.

E infine la speranza, ultima dea. La speranza che viene dal pensare che c’erano, ci sono e ci saranno, padri come Atticus, che ai loro figli sono in grado di dire:


“Sparate finché volete alle ghiandaie, se vi riesce di prenderle, ma ricordatevi che è peccato uccidere un passero.”

L’immagine di copertina è tratta dal film Il buio oltre la siepe del 1962, diretto da Robert Mulligan.

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