Non ci resta che piangere, anno 1984, avrebbe bisogno adesso di un leggero cambio. Non ci resta che sopravvivere, si potrebbe chiamare il momento storico che stiamo vivendo. Fra notizie brutte ed altre bruttissime siamo destinati a stare alle regole per salvaguardare la salute propria e di tutti.

Ma senza abbatterci troppo, sperando che ogni cosa si plachi e tutto torni alla normalità, forse non ci resta che andare avanti. Non ci resta che sopravvivere potrebbe diventare il nostro nuovo monito. Perfetto per questi tempi bui. Monito che nasce direttamente dal cinema e da una delle commedie più esilaranti della filmografia italiana.

Ridere, per andare avanti. Ridere per non pensare al peggio e sopravvivere. Questo è il grande monito di un cult come Non ci resta che piangere. Di e con Massimo Troisi e Roberto Benigni.
Benigni e Troisi in una scena del film

Grazie a Roberto Benigni e a Massimo Troisi possiamo anche vivere il Coronavirus con più leggerezza. Stando sempre in casa, ma con un’occhio più attento all’ironia. E ora come ora ridere e non pensare al peggio sembrano le uniche via di fuga dalla quarantena.

Mario (Troisi) e Saverio (Benigni) ritrovatisi per casualità nel 1400, quasi mille e cinque, nel loro strano tragitto vengono a conoscenza del burbero e iracondo Vitellozzo (Carlo Monni) e della gentile madre Parisina, che danno ai due forestieri vestiti male un posto dove dormire.

Mario si fidanza con una giovane del villaggio, figlia di un nobile signore. Tuttavia, dietro l’obbligo di Saverio, i due si rimettono in marcia per fermare Cristoforo Colombo ed evitare che scopra l’America. Durante il viaggio conoscono anche il mitico Leonardo Da Vinci (Paolo Bonacelli) e una giovane donzella spagnola.

Arrivano però tardi. Colombo è già partito. Non resta che tornare indietro sperando di fare ritorno nel loro mondo. Scorgendo un fumo lontano, intuiscono che si tratti di un treno. Raggiunto il mezzo di trasporto sono convinti di essere tornati alla civilità, ma dal vagone del macchinista esce fuori Leonardo, che intanto ha già costruito il primo prototipo di treno. Non ci resta che piangere.

Ingegneri! TRE-NO!

Da Vinci nella scena finale

E’ un film questo che, stando anche alle parole di Carlo Monni, che nella pellicola interpreta Vitellozzo, il film fu scritto dopo mesi di lavorazione alla sceneggiatura tra il Troisi e il Benigni.

“Dopo mesi di sceneggiatura, tornarono e avevano scritto tre righe: ci si perde nel Medioevo, s’incontra Vitellozzo. Si va a fermare Cristoforo Colombo”. Infatti quasi tutto il film si basa sull’improvvisazione estemporanea. Se tutti i dialoghi e tutte le scene fossero state scritte per filo e per segno non sarebbe diventato quel capolavoro che oggi conosciamo.

Dietro all’apparente commediola che gioca molto, se non completamente, sull’accoppiata Troisi-Benigni, c’è il grande senso di rassegnazione che si ha sempre nei confronti della vita. Non possiamo prevedere né pianificare il futuro. E quello che succede non è frutto di maledizioni o incantesimi. Bisogna accettare le sfide e le sfighe senza però rassegnarsi troppo. Avremo modo di andare avanti.

Ci sarà tempo per vivere come abbiamo sempre fatto prima. Ora è tempo di sopravvivere.

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