La casa di carta torna a far parlare di sé e noi torniamo a parlare di lei. L’ultima stagione ci aveva lasciati o, almeno, mi aveva lasciata, alquanto amareggiata, facendomi declassare la produzione spagnola da apparente astro nascente e papabile serie di culto a una serie piuttosto confusionaria e scadente in contenuti ma senza dubbio di grande effetto.

Ora, voglio concedervi una piccola anticipazione e farvi una piccola confessione. La serie, che continua a riscuotere successo e a venire rinnovata, continuando da brava arrampicatrice sociale venduta a scalare gli scalini dei nostri cuori e delle varie classifiche, ha perso qualsiasi verve e charme. La casa di carta, ormai, è andata a male e sarebbe anche ora di controllarne la data di scadenza, avendo preso già da tempo un sapore di marcio, smascherata da tutti i suoi trucchetti e senza più la pretesa o la capacità di intrattenere.

Qui entra in gioco la mia piccola confessione: mi è capitato, talvolta, di addormentarmi durante la visione. Ora, non so esattamente a cosa imputare la colpa, se alla nuova stagione o alla stanchezza dovuta al fatto che, nonostante la quarantena, mi tocca continuare a lavorare, avendo previsto giusto nel momento della scelta universitaria ovveroo che la professione infermieristica non sente crisi.

Ma torniamo a noi. Cosa dire circa questa nuova stagione? Sicuramente, se vi siete letti l’articolo riguardante la terza parte, forse vi ricorderete di quanto io mi sia dilungata sul dubbio svolgimento di tematiche delicate, che possiamo definire “sensibili”, le quali sono state rappresentate nel modo più ipocrita e insensibile immaginabile. Se vi ricordate, ho definito il tutto una grande paraculata, un trattare temi più per far vedere d’essere una serie che ci tiene a mostrare e dimostrare di affrontare determinati argomenti piuttosto che una serie che ci tiene davvero ad affrontarli. Per questo, quando si fanno le cose per arruffianarsi il pubblico, queste non riescono e l’inganno cade.

Grazie a Dio, in questa nuova parte, i produttori hanno finalmente abbandonato la pretesa di fare i “Glee con le pistole” facendo mia una celebra frase che va tanto di moda ora sul web, che dice di come la casa di carta non sia altro che un “Paso Adelante con le pistole”. Ora, è vero che la musica c’è, è vero che si canta, ma per essere un Paso Adelante servirebbe un po’ di un, dos, tres,quatro e qualche coreografia,cosa che invece manca. Per cui, il paragone con Glee mi sembra più azzeccato, ci manca solo che sostituiscano le tutine rosse con delle magliette bianche riportanti i disagi e le tematiche su cui vogliono sensibilizzare, ricalcando un episodio della serie americana sopracitata e siamo a posto.

Scena riferimento di “Glee”

Bisogna anche dire però che il lupo perde il pelo ma non il vizio e la stagione assomiglia un po’ al fedifrago che si ripromette di non tradire più, infrangendo però il voto e ricascandoci qualche volta. Infatti il tema che più in assoluto detesto di questa stagione fa capolino di tanto in tanto, ripresentandosi come collante della disomogeneità del gruppo. Ovvero il discorso del femminismo. In un contesto in cui vige un terrorismo totale, in cui vengono meno tutti i diritti, in cui nessuno conta più niente e in cui un povero gruppo di ignare persone per bene si ritrova suo malgrado in serio pericolo di vita, questi qua continuano testardi a propinarci la diatriba uomo/donna, in modo più attutito e mascherato, ve lo concedo, ma tuttavia non si può fare altro che pensare da quale pulpito venga la predica. La donna a capo ad ogni costo, la donna forte ma, attenzione, forte nella sua violenza e proprio in ciò e con ciò la serie fallisce vergognosamente anche questa volta. Nello specifico in questa stagione viene portato avanti lo scontro fra Tokyo, che vuole essere a capo dell’operazione, e Palermo, il capo effettivo, conflitto che nasce semplicemente perché Nairobi e Stoccolma le hanno messo la pulce nell’orecchio, senza vera volontà di base da parte di questa e solo perché per carità, Palermo no, è un uomo, sempre gli uomini devono essere a comandare? Che poi, lasciamo stare l’assurdo ed imbarazzante teatrino che hanno messo su per rappresentare la scena. Una violenta ed inappropriata incursione di Tokyo in camera del professore e una surreale conversazione fra lui, lei e Lisbona. Per carità, qualcuno potrebbe ribattere che sono solo le azioni di una donna che oltre ad essere una Maserati (ma quanto cavolo è stata sessista invece quella conversazione con la rappresentazione della donna oggetto?) è anche una bomba ad orologeria. Ci sta. E’ vero, Tokyo è imprevedibile ma quella patina di supremazia femminile, derivante dal suo ramo più malsano, permane sempre. Mi sento comunque di dire: cara Tokyo, beh, se Palermo rientra tra le menti del piano non vedo perché lui non debba essere a capo dell’operazione. Ce la finiamo con questi capricci camuffati, cara casa di carta, o non vuoi “rinunciare a quella quattro o cinque cose a cui non credi neanche più” come canterebbe Brunori Sas?

Perché che non ci crede neanche più è evidente. Se le prime due parti ce l’avevano in qualche modo fatta, mostrando delle gambe non troppo tremule che camminavano portando avanti il concetto di Resistencia, nelle ultime due parti, uno sparo alla volta, anche questa viene gambizzata, non riuscendo nemmeno più a strisciare. E’ la bocca del Professore stesso a dircelo, salendo ansiosamente le scale con il telefono in mano. Non si va da nessuna parte finché non si è fuso tutto l’oro.

Qual è quindi lo scopo principale? Smascherare segreti di stato? Cambiare il sistema? Resistere a un qualche regime? L’unica resistenza è quella contro la polizia, una caccia gatto al topo, dove i topini vogliono solo accaparrarsi l’oro e fuggire via dai gatti cattivi, senza aggiungere o sottrarre altro.

La vera Resistencia, ora, è quella che deve esercitare la serie, per tenerci ancora incollati allo schermo, in qualche modo.

Questa stagione, secondo la mia modesta opinione, è stata un po’ come dividere Harry Potter e i doni della morte in due parti: una scelta economica e per nulla necessaria. La stagione non dice nulla e non vuole dire nulla, girata nel giro di pochi mesi e servita così, tanto per, solo per produrre nuovi episodi e guadagnare un altro po’ di grana. Inutile quindi, con il solo scopo di allungare il brodo. Guardare questa stagione è stato come affrontare un parto senza epidurale: un travaglio lungo e doloroso che ha visto la sua fine solo con i titoli di coda. Una stagione che come la precedente butta giù un sacco di roba inutile e male affrontata e che non è in grado di presentarci ciò che vuole presentare. Un po’ come i protagonisti inseriti nella vicenda, che sembrano arrivarci come suoni in differita con le immagini.

A tal proposito rientra la costruzione dei personaggi che anche in questa stagione dovrebbero assumere un po’ di litio per correggere il loro bipolarismo. La dissonanza fra le azioni e le reazioni del personaggio in funzione del suo contesto è ancora di più rimarcata in questa nuova parte dalla volontà di volere approfondire un altro tema: l’umanità dei rapitori. Per rappresentarne la loro bontà e le loro fragilità ci vengono puntualmente somministrati flash sotto forma di quotidianità fatta da umane debolezze per tutta la durata degli otto episodi. Che poi solo io, al posto di un desiderio umano, ci ho visto una forma di violenza psicologica quando Nairobi costringe il professore ad avere un figlio con lei dicendogli che loro per lui hanno fatto molto e lei alla fine non gli ha chiesto niente di che in cambio?

Comunque, torniamo a noi, ora non me ne vogliate a male, sono la prima a dire che siamo tutti persone e commettiamo tutti buone e cattive azioni perché d’umana carne, non lo metto in dubbio e non penso nemmeno che i nostri protagonisti siano automi privi di emozioni ma questo non giustifica i loro comportamenti anacronistici, parola da prendere in una accezione molto ampia. Aggressività ed esitazioni immotivate. Scene tranquille fatte di improvvisi scatti di ira e momenti in cui ci vogliono i cosiddetti attributi in cui se la fanno sotto. Ora, se sei così spaventato da una pistola, se non vuoi uccidere nessuno o intimidire nessuno non ci vai proprio a farti venticinquemila rapine in giro per la Spagna. Cioè, prendete me, io sono una fifona, non mi verrebbe mai in mente di fare quello che fanno loro, ma per nessun motivo al mondo. Solo certe persone sono fatte per certe azioni, non si tratta di un raptus, si tratta di un piano ben studiato, sai a cosa potresti andare in contro e sai che non puoi permetterti debolezze che potrebbero risultarti fatali in determinati momenti come dovresti anche sapere che le scaramucce dettate dai capricci spacciate per femminismo sono del tutto controproducenti e fuori contesto.

L’unico personaggio coerente, grazie a Dio, è Gandia. Dio benedica Gandia. Pazzo furioso, non guarda in faccia nessuno, ammazzerebbe tutti, e ci credo, se fossi al suo posto e avessi le palle li farei tutti fuori pure io. E’ vero che la psicologia di questo personaggio non è ben approfondita e quindi il fatto che egli sia un ex combattente pronto ad obbedire sia motivazione necessaria e sufficiente per giustificare le sua azioni, ma almeno regge. E’ un uomo il cui unico obiettivo è proteggere la banca, è stato “addestrato” così, quasi fosse una bestia e da bestia, poi, si comporta. Peccato che sia sia lussato un dito per liberarsi e che questo sia magicamente guarito da solo, evidentemente i collegamenti con Harry Potter sono molti di più di quello che ci aspettavamo. Vabbè che se poi dovessimo affrontare la veridicità medica troppo ci sarebbe da ridire, quasi che questo colpo sia stato loro più utile per diventare medici che altro. Chissà quanti episodi di Grey’s Anatomy ha proiettato il professore per farli diventare così bravi.

La casa di carta - Una serie Netflix.
Una scena de La casa di carta.

Se proprio devo mettere un punto a questo articolo vorrei concludere dicendovi che io la data di scadenza della serie l’avevo controllata già tempo fa e mi sembrava già andata a male da un pezzo, molti l’hanno negato e hanno comunque continuato a mangiare. Chissà ora che sapore sentiranno in bocca.

Chissà che sapore sentiremo la prossima stagione.

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