Il brutale omicidio di Sharon Tate e dei suoi amici compiuto dai membri della Famiglia Manson la notte tra l’8 e il 9 agosto 1696, nella abitazione di Cielo Drive dove viveva con il marito Roman Polanski, ha segnato per decenni l’immaginario collettivo di americani e non. Molte sono state le ricostruzioni filmiche, le citazioni e le analisi che hanno cercato di spiegare o almeno raccontare un crimine così efferato. L’ultimo in ordine cronologico è stato Quentin Tarantino, che in C’era una volta a… Holllywood ha provato a immaginare una fine diversa per quella tragica notte. Notte che è stata presa come spunto da Gary Dauberman, che ha scritto la sceneggiatura del film diretto da John R. Leonetti nel 2016, 10050 Cielo Drive.

10050 Cielo Drive è a tutti gli effetti un film horror, con tutte le caratteristiche del genere. Il soggetto del film ha suscitato parecchie critiche perché ispirato a un fatto di cronaca nera realmente accaduto, e che ha avuto un’eco internazionale. Leonetti racconta la notte vissuta da Sharon Tate, Jay Sebring, Wojciech Frykowski e Abigail Folger, senza esitare di immaginare come siano andati gli ultimi istanti di vita delle vittime.

I quattro amici sono stati uccisi da Susan Atkins, Linda Kasabian e Patricia Krenwinkel, tre ragazze parte della Famiglia Manson accompagnate sul luogo del delitto da Tex Watson per ordine proprio dello stesso Charles Manson.

Oltre a Sharon Tate e i suoi amici aveva perso la vita anche il venditore porta a porta Steve Parent, che era andato dal custode William Garretson per vendergli una radio sveglia. Il custode, inizialmente arrestato perché trovato sul luogo del delitto, cioè nella sua dependance, verrà rilasciato in quanto dichiarerà di aver ascoltato la musica da solo per tutta la notte dopo aver salutato Parent.

Il film racconta la storia di quella notte aggiungendo delle piccole note romanzate, per creare la giusta atmosfera horror. Come se la storia in sé non fosse orrenda di suo.

In 10050 Cielo Drive i membri della Famiglia Manson assumo un atteggiamento quasi demoniaco, facendo perdere al film ogni pretesa di realismo. Gli assalitori si muovono come spiriti. Sembrano apparire e scomparire. Non fanno rumore. E se non fosse per la grande risonanza mediatica che ha avuto il crimine si potrebbe pensare proprio a un film sulla pervasività del demonio.

La scrittura risulta essere debole rispetto a una regia che invece riesce a raddrizzare lo scorrere delle sequenze mantenendo una forte tensione emotiva, che si rivela pronta ad esplodere nelle scene finali del film. John R. Leonetti riesce a tenere alta l’attenzione dello spettatore nonostante questi sappia come il film andrà a finire.

Ma basta per salvare un film?

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