Nonostante il periodo di difficoltà sanitaria teatri e compagnie da tutto il mondo hanno lanciato forti segnali di presenza e partecipazione. Non sarà certo una crisi a fermare creatività, immaginazione e impegno artistico che dal dolore e dall’incertezza distillano stimoli, possibilità, occasioni di crescita consapevole e di tras-formazione dinamica.Tuttavia, il teatro nel suo complesso, come da sempre lo conosciamo, non è immune a nessun tipo di virus che generi necessarie pratiche di distanziamento sociale. Il teatro è per definizione un luogo, un preciso spazio fisico dove la condivisione tra chi agisce e chi assiste è il suo imprescindibile presupposto. Lo stesso Jerzy Grotowsky, uno tra i più importanti maestri della ricerca teatrale, afferma che il teatro non sia indispensabile se non serve ad attraversare le frontiere tra te e me, tra l’attore e il pubblico, tra l’attore e il personaggio. Il teatro è prima di tutto un bisogno, un incontro, uno scambio, un contatto, un confronto che la distanza o qualsivoglia device tecnologico non può certo aiutare a colmare. Chissà se torneremo mai a riempire i teatri e chissà se l’universo arte subirà sostanziali mutazioni che incideranno su forma e contenuti. Di certo, quel che sappiamo è che il teatro è arrivato fino ai giorni nostri sopravvivendo ad eventi ancor più devastanti confermando quindi la sua intrinseca capacità di adattamento circostanziale.

Oltre a lodare e a sostenere a gran voce chi tutt’ora stringe i denti, è importante poter cogliere le evidenti criticità che sottendono al mondo del teatro nonché all’intero impianto cultura nel nostro paese e che nei periodi di instabilità emergono con maggiore ampiezza. La distanza, sebbene sia una parola tornata in voga negli ultimi tempi, ahimè, è un elemento che il teatro italiano è abituato a conoscere. Rileviamo distanza tra i temi maggiormente affrontati e la realtà che ci circonda, tra il mezzo teatrale e la città-comunità, tra linguaggi vecchi e nuovi, tra lo spettacolo come opera artistica e lo spettacolo come intrattenimento di massa, tra i giovani e il palcoscenico, tra i giovani e la sala. La presenza o meno delle giovani leve è sicuramente il primo indicatore dello stato di salute di un qualsiasi settore. Sembra che il teatro sia passato di moda, che non sia più strumento di svago né un interesse per un arricchimento culturale e personale. E non parlo di quei ragazzi inseriti in una scuola di recitazione o appartenenti al mondo teatrale per eredità o per trasmissione ma di coloro che non considerano il teatro al pari di una lettura, di una serata al pub, di un film al cinema o di una cena tra amici. Il teatro non riesce più ad inserirsi nel tempo libero delle nuove generazioni, non rappresenta più un canale attrattivo bensì noioso, incomprensibile e oltretutto dispendioso.

Mi auguro che l’evento emergenziale possa offrire un tentativo di rielaborazione e di ripensamento strutturale e che le faglie del sistema teatro vengano definitivamente a galla e sotto gli occhi di tutti, dai decisori politici agli appassionati amatori. Sull’onda della speranza è bene ricordare che il Festival Internazionale del Teatro sotto la direzione di Antonio Latella, all’interno della Biennale di Venezia, è confermato per settembre 2020. Sarà senz’altro il primo grande banco di prova per testare la ripresa e la reazione del teatro dopo un lungo, per qualcuno interminabile periodo di latenza, dopo il quale mi aspetto di trovare un volto cambiato, più giovane, più maturo, più al centro dell’azione. 

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