Antonio (Antonio Albanese) e Willy (Fabrizio Bentivoglio) sono due reietti della società che vivono di espedienti, protagonisti del film del 2000 La lingua del santo. Un giorno capiterà loro l’occasione che potrebbe fargli cambiare radicalmente vita: trafugare dalla basilica del santo a Padova la preziosa reliquia di Sant’Antonio.

Il compianto regista Carlo Mazzacurati si ispira ad un fatto di cronaca avvenuto nella sua Padova il 10 ottobre 1991 per realizzare un’imperdibile commedia all’italiana dolceamara che riesce nell’arduo compito di commuovere e divertire al tempo stesso scandagliando l’animo umano. I due protagonisti sono vittime di una società consumistica e superficiale all’interno della quale non riescono a trovare un proprio ruolo ben definito. Pertinenti a tal proposito risultano essere le seguenti parole del celebre filosofo indiano Jiddu Krishnamurti: “Non è segno di salute mentale essere ben adattati ad una società profondamente malata.”

Antonio si sente se stesso solamente quando gioca a rugby asserendo che in tale sport, a differenza di ciò che accade nella vita, esistono delle regole ben precise da rispettare. Willy detto Alain Delon, un tempo brillante agente di commercio, è andato in crisi da quando l’ex fidanzata Patrizia (Isabella Ferrari) lo ha lasciato per mettersi con il Dott. Ronchitelli (Ivano Marescotti), un uomo tanto ricco quanto viscido ed arrogante.

Antonio Albanese ne La Lingua del santo di Carlo Mazzacurati
Antonio Albanese ne La lingua del santo (2000)

Il regista de La giusta distanza e La sedia della felicità come di consueto racconta con affetto la provincia, enfatizzando i suoi luoghi incontaminati in cui ci si può rifugiare almeno temporaneamente dai mali del mondo. La voce fuoricampo di Willy/Bentivoglio infatti ad un certo punto affermerà che soltanto l’acqua della laguna lo calma in quanto essa risulta essere placida e rassicurante.

Carlo Mazzacurati riesce mirabilmente a condensare vari generi cinematografici come il dramma, la commedia e il grottesco strizzando dichiaratamente l’occhio a film come Il grande Lebowski degli acclamati fratelli Coen e I soliti ignoti del maestro Mario Monicelli.

Fabrizio Bentivoglio e Antonio Albanese risultano essere molto affiatati e danno vita a duetti memorabili. Il primo incarna un uomo che come unico scopo nella vita ha quello di riconquistare l’amore di Patrizia mentre Albanese da vita ad un individuo rassegnato al suo status perenne di perdente. Isabella Ferrari dal canto suo è molto brava nell’incarnare una donna affascinante e misteriosa che rappresenta l’emblema stesso dell’amore.

Da menzionare infine l’ottima interpretazione dell’inossidabile Ivano Marescotti, il quale si cala con consumato talento nei panni di un uomo gretto e sentimentalmente arido che si può definire come l’antitesi dei due protagonisti.

Scritto a quattro mani dallo stesso Mazzacurati assieme a Franco Bernini, Umberto Contarello e Marco Pettenello La lingua del santo si può definire un vero e proprio inno alla diversità e all’unicità di ogni singolo essere umano che, indipendentemente dalla lingua che parla, merita imprescindibilmente di essere ascoltato.

Concludo con il seguente aforisma dell’indimenticato scrittore italiano Tiziano Terzani, fortemente pertinente col significato intrinseco dell’opera in questione: “Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo.”

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