Billy Elliot di Stephen Daldry è uno dei più grandi film degli anni 2000, uno di quelli che ogni tanto la tv italiana ci ripropone nel suo palinsesto e, personalmente, uno dei miei preferiti di sempre. 

Il protagonista è il piccolo Billy. Suo fatello e suo padre, entrambi minatori, partecipano allo sciopero delle miniere inglesi del 1984. Sua madre è morta e sua nonna è una simpatica vecchietta dispensa consigli. 

Billy inizia a fare pugilato ma la sua attenzione è rivolta, più che al sacco da boxe, alla lezione di danza che avviene nella stessa palestra. Inizierà per Billy un travagliato percorso di apprendimento.

Billy viene ostacolato dal padre sia per la presunta femminilità di uno sport come la danza, sia per l’elevato prezzo delle lezioni. Tuttavia la sua insegnante ha visto in lui un talento che non vuole che venga sprecato, come lei aveva sprecato il suo, e farà di tutto perché Billy continui a ballare. 

Nel frattempo lo sciopero dei minatori continua e le condizioni economiche della famiglia sono sempre più disastrose. Una delle scene più struggenti del film è quando il padre di Billy è costretto a fare a pezzi il pianoforte della moglie morta per usare il legno come combustibile durante l’inverno. 

Improvvisamente la danza diventa il mezzo grazie al quale la famiglia potrà riscattarsi. A Billy si presenta l’occasione di entrare in una prestigiosa scuola di Londra. L’audizione costa 2000 sterline.

Dopo mesi di sciopero e di fame, il padre di Billy decide di tornare in miniera per raccimolare i soldi necessari. Viene schernito sia da quei lavoratori che non avevano aderito allo sciopero sia da quelli che protestavano. Tra questi vi è il figlio maggiore, che lo riporta a casa.

Lo sciopero dei minatori non è solo lo sfondo storico della biografia di Billy Elliot ma è un vero e proprio tema del film. Lo sforzo di questi lavoratori abusati e sfruttati, il loro desiderio di cambiare le cose.

Lo stesso giorno in cui Billy riceve la lettera di ammissione alla scuola di danza, arriva la notizia della fine delle proteste: il sindacato si è arreso. Così, la vita cambierà per la famiglia Eliot ma non per i migliaia di lavoratori che credevano nello sciopero e, con esso, in un futuro migliore. 

Un altro tema toccato dal film, anche se non particolarmente approfondito, è quello dell’omosessualità. Ancora nel 2020 molte persone pensano che un ballerino maschio debba essere per forza omosessuale. Lo stesso accade a Billy che più volte viene definito “finocchio”. In realtà, l’eterosessualità di Billy è chiara e si realizza nel rapporto di amicizia e curiosità che Billy instaura con la figlia della sua insegnante di danza. Ad essere omosessuale, o forse transessuale, dal momento che gli elementi per capirlo non sono sufficienti, è il migliore amico di Billy: Michael. 

La sua figura è trattata con grande delicatezza. Michael fa coming out con Billy che reagirà con stupore, ma mantenendo il rispetto e, soprattutto, l’affetto per l’amico.

Il tema della sessualità torna però quando Billy crede di non aver passato l’audizione nella scuola di Londra e, avvicinato da un compagno, infastidito, lo picchia gritando “lasciami stare, brutto finocchio”. 

È evidente come Billy usi gli stessi insulti che aveva ricevuto, per offendere un altro ragazzo che, forse, ha più probabilità di aver superato l’audizione. È una strategia psicologica umana molto comune: quando non si riesce ad ottenere qualcosa si critica chi vi è riuscito. 

Ma in realtà Billy scoprirà di averla passata, quell’audizione. La scena finale ritrae Billy, 15 anni dopo, alla sua prima apparizione pubblica come primo ballerino. La maestosità della sua figura esprime enorme grazia e allo stesso tempo forza e mascolinità. Lo spettatore non può che pensare che la danza non sia uno sport solo per donne o, al massimo, per uomini omosessuali. Billy è su quel palco in tutta la sua bellezza maschile e in tutta la sua eterosessualità. 

Allo stesso tempo l’omosessualità non è condannata o criticata. Michael è nella platea, seduto accanto alla famiglia di Billy, con il suo compagno. Felice e realizzato. Non più nascosto dietro alla maschera dell’eterosessualità. 

Si potrebbe dire che Billy Elliot è un film contro i pregiudizi. Un film contro il sessismo e contro l’omofobia. Ma anche un film contro i pregiudizi che riguardano il proletariato. Il padre di Billy è sempre ritratto come un uomo duro, di pochissime parole, sentimenti ancora di meno. Ma poi si trasforma nel padre che tutti vorremmo aver avuto, quello che rinuncia ai suoi ideali politici per dare al figlio l’opportunità che lui non ha mai avuto. Quello che appoggia il figlio incondizionatamente e, soprattutto, quello che crede nelle sue potenzialità. La sua figura è di una potenza incredibile. 

Anche il profilo del fratello di Billy è tracciato con precisione. Quel fratello scorbutico che per tutta la prima metà del film risponde sempre e solo con la parola “vaffanculo”, diventa poi apprensivo e attento.

La famiglia di Billy sa di trovarsi davanti all’occasione che cambierà non solo la vita del bambino ma quella di tutti loro. Potranno uscire dalle miniere grazie al talento nella danza del più giovane uomo di casa. 

Il film è un inno alla libertà.

Sto lì, tutto rigido, ma dopo che ho iniziato, allora, dimentico qualunque cosa. e… è come se sparissi. come se sparissi. cioè, sento che tutto il corpo cambia, ed è come se dentro avessi un fuoco, come se… volassi. sono un uccello. sono elettricità. sì, sono elettricità.

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