Gli Aristogatti è il ventesimo Classico Disney in ordine d’uscita. Diretto da una presenza immancabile dietro le quinte dei capolavori della Disney come Wolfgang Reitherman, esce nelle sale americane nel dicembre del 1970. Undici mesi dopo, il film sbarca anche in Italia, profondamente riadattato per venire incontro al pubblico dello Stivale.

Ispirato da una novella scritta da Émile Zola, intitolata Le Paradis des chats, il film è l’ultimo progetto approvato direttamente da Walt Disney in persona prima della sua morte, sopraggiunta nel 1966.

Siamo nella Parigi di inizio Novecento, in un quartiere molto elegante dove vive Madame Adelaide Bonfamille. Senza parenti prossimi né lontani, Madame considera i suoi mici come la sua unica e vera famiglia. Insieme a lei vivono, infatti, la gatta Duchessa e i suoi tre cuccioli, la piccola Minou, Matisse e Bizet. Nella casa vivono anche il maggiordomo Edgar e, nascosto in un buco nella parete, il topolino Groviera.

Da sinistra: Matisse, Minou e Bizet.

L’armonia di tutti i giorni si spezza quando arriva nella casa l’avvocato Georges Hautecourt, incaricato di redigere il testamento di Madame. Testamento nel quale viene stabilito che ha beneficiare della ricca eredità saranno, prima di tutti, i quattro gattini di casa. Solamente dopo, in linea di successione si trova Edgar, il maggiordomo.

L’unica soluzione, dal punto di vista di Edgar, per arrivare all’eredità sarà far scomparire i poveri gattini.

Se Gli Aristogatti è un film piacevole e divertente, non è sicuramente merito della trama, lineare, semplice e senza troppe pretese. Il punto di forza di questo film è la caratterizzazione dei vari personaggi che lo popolano.

Oltre alla elegante e raffinata Duchessa e i suoi tre cucciolotti, litigiosi ma affettuosi, compaiono nel corso della storia altri felini, che arricchiscono non solo la singola scena nella quale appaiono ma la vita dello spettatore. La leggerezza e l’allegria che Gli Aristogatti regala, infatti, al suo pubblico è cosa rara. Dopo essere stati rapiti da Edgar, Duchessa, Minou, Bizet e Matisse, vengono recuperati da Romeo, un gatto randagio che li guiderà verso Parigi.

Romeo introduce la famigliola a un altro gruppo di gatti straordinari: Scat Cat e la sua band di gatti randagi, un gruppo musicale dal sound dirompente ed internazionale.

Arriviamo così al momento clou del film. Quello che rimane impresso nella memoria di tutti, con un ritornello da hit: Tutti quanti voglion fare jazz.

In questa semplice e colorata scena si compie il miracolo de Gli Aristogatti, che da storiella diventa un’icona capace di perdurare nel tempo, tornando al cinema più e più volte.

All’inizio di questa recensione, ho accennato all’adattamento della versione italiana rispetto a quella originale. È interessante notare che, nel caso de Gli Aristogatti, questo ha seguito una logica più di congruenza culturale che di semplice doppiaggio. Romeo ne è l’esempio più lampante: da gatto irlandese di nome Thomas O’Malley, diventa un micio romano nato e cresciuto sotto al Colosseo. In tutte e due le versioni, però, questo gatto di strada rappresenta la sveltezza e astuzia tipica di quel basso proletariato che deve combattere per vivere, nelle borgate romane come nelle grandi metropoli americane.

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