Il vedovo di Dino Risi, capolavoro della commedia nera di Dino Risi, del 1959. Con la scomparsa di Franca Valeri, coprotagonista assieme ad Alberto Sordi, bisogna rivedere un film del genere, che non fa solo ridere ma anche pensare.

Il vedovo di Dino Risi. Anno 1959, con Alberto Sordi e Franca Valeri.
Locandina de Il vedovo, anno 1959, regia di Dino Risi

Da buon milanese, Risi racconta la capitale del Nord Italia attraverso due figure umane divertenti e terribili allo stesso tempo. Da una parte c’è l’industriale capace, furbo e portato per gli affari che accresce sempre il suo già maturato potere. Dall’altra c’è invece l’individuo che ci prova, l’uomo che aspira al successo e al guadagno ma resta schiacciato nella sua mediocrità.

Il vedovo si presenta come commedia, perché è impossibile non ridere alle battute e alle movenze della coppia Sordi/Valeri. Tuttavia ci accorgiamo subito della critica sociale e diciamo pure umana e storica che forma parte di questo splendido affresco dell’Italia di fine anni ’50.

La trama de Il vedovo“Cosa fai cretinetti, parli da solo?”

Alberto Nardi (Sordi) è un piccolo industriale romano sposato con la ricca e potente milanese Elvira Almiraghi (Valeri). Al contrario della moglie, Alberto è incapace negli affari, e cerca di arrampicarsi a fatica in questa scalata sociale verso il successo: senza però mai riuscirci.

Quando la moglie decide di non prestargli più un centesimo, dati i continui fallimenti, Alberto è costretto a chiudere la sua fabbrica di freni a cuscinetti a sfera per ascensori. La fortuna arriva quando apprende la notizia che Elvira è morta in un incidente ferroviario mentre stava andando in Svizzera a trovare la mamma. Alberto, unico erede, inizia a fare progetti per il futuro, finalmente libero e ricco. Quando scopre che la moglie non è morta, l’uomo ha una crisi e decide di andare in campagna a meditare, nel convento di frate Agostino.

Tornato da questo ritiro, sa benissimo cosa fare. Chiamati i suoi collaboratori, il fidato socio Marchese Stucchi, lo zio tassinaro e il tecnico tedesco Fritzmayer, allestisce un piano ben congegnato per eliminare definitivamente la perfida consorte. Il piano è semplice: facendo arrivare l’ascensore del palazzo in cui abitano al ventesimo piano, invece che al diciannovesimo, Elvira, senza rendersene conto, dovrebbe entrare in cabina e precipitare di sotto.

Tutto è studiato al dettaglio e tutti e quattro sono convinti di diventare miliardari in poco tempo. Il piano funziona ma per un disguido tecnico a precipitare nella tromba dell’ascensore non sarà Elvira ma lo stesso Alberto.

Il vedovo di Dino Risi, anno 1959.
Franca Valeri e Alberto Sordi in una scena de Il vedovo

Il messaggio che Risi nasconde ne Il vedovo è chiaro: chi può riesce sempre, mentre chi non ha gli strumenti adatti non può che soccombere. E a riuscire sono quasi sempre i potenti, gli industriali e i commendatori vari.

Da una parte c’è la rinuncia e dall’altra la corsa al denaro. Da una parte c’è il genio potente e dall’altra il mediocre che, per quanto ci provi, non può essere al pari del primo e finisce col fallire miseramente. C’è il milanese integerrimo e il romano fannullone, insomma l’Italia è divisa in due e rappresentata da questi due riusciti personaggi.

Ma di personaggi memorabili ce ne sono a bizzeffe. Volti memorabili che non fanno altro che rimarcare ancora di più questa divisione interna e sociale allo stesso tempo. Nardi, infatti, si circonda di individui simili a lui. C’è il marchese Stucchi, interpretato da Livio Lorenzon, che, sebbene scettico nei confronti del suo datore di lavoro, lo segue in ogni suo spericolato progetto. Lo stesso fanno Fritzmeyer e lo zio, interpretati rispettivamente da Enzo Petito e Nando Bruno.

Elvira, dal canto suo, naviga in più tranquille acque e i suoi amici sono tutti faraoni dell’industria e della finanza. Dall’alto della loro statura, controllano ogni cosa e la loro esistenza è quasi intoccabile e sacra, come fosse una reliquia.

Il vedovo (1959), di Dino Risi

Sceneggiato insieme a Rodolfo Sonego, Dino Verde e Fabio CarpiIl vedovo contiene un irresistibile black humor che colpisce tutti: ricchi poveri, gente elevata e individui insulsi. Alla fine, tuttavia, resta il retrogusto amaro nei confronti dei vinti e un senso di pietà verso gli sconfitti.

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