Nel 1986 il regista Miguel Littìn racconta al premio nobel Gabriel Garcìa Màrquez la sua avventura clandestina.

Nel 1985, infatti, Littìn si era infiltrato clandestinamente nel suo paese d’origine, il Chile, dal quale era stato esiliato da 12 anni per via delle sue preferenze politiche. Scopo della sua permanenza clandestina era quello di girare un film sulla dittatura fascista di Pinochet, instauratasi a seguito del colpo di stato dell’11 settembre 1973 e dell’uccisione di Salvador Allende.

Littìn, con l’aiuto di varie troupe, riesce a girare un documentario della durata di 4 ore e mezza senza che la polizia della dittatura si accorga di lui. Nasce così Acta general de Chile (leggi la recensione sul nostro sito: Acta General de Chile – un documentario clandestino).

Nell’immagine, Miguel Littìn oggi

Se il documentario si concentra di più sul mettere a nudo i meccanismi della dittatura, mostrando le ripercussioni negative sulla libertà e la dignità del popolo cileno; il libro La aventura de Miguel Littìn clandestino en Chile si focalizza invece su come Littìn sia riuscito a girare la pellicola.

Prima di tutto Littìn, con la voce di Màrquez, racconta il dramma di dover cambiare il proprio aspetto e la propria identità. Si converte in Gabriel, un ricco imprenditore uruguaiano. Deve imparare l’accento dell’Uruguay e dimenticare gli usi linguistici cileni. Deve tagliarsi i capelli e la barba che da anni si lasciava crescere incolta. Cambiare il proprio modo di vestire e, ovviamente, deve procurarsi documenti falsi.

Deve anche abituarsi a condividere stanze di hotel e alberghi con Elena, una collaboratrice e collega che si finge sua moglie, mentre la sua vera moglie e i loro tre figli sono in Europa sperando nel suo ritorno sano e salvo.

Littìn narra di come si rende irriconoscibile persino a sè stesso. Durante la sua permanenza incontra per caso varie persone conosciute ma nessuno lo riconosce mai, nemmeno sua madre.

Tutto è calcolato e programmato nei minimi dettagli, pochissimi sanno del suo ritorno in Chile. Le tre troupe cinematografiche che lavorano con lui non sono al corrente della situazione e credono di lavorare per qualcun altro. Inoltre vengono da paesi diversi e sanno di dover produrre chi una pubblicità, chi un documentario artistico, chi un documentario naturalistico. Ovviamente è quello che dicono anche i loro documenti e i loro permessi per riprendere nei luoghi pubblici.

Il libro prosegue raccontando i piccoli e grandi imprevisti sorti durante l’avventura in Chile. La paura del primo incontro con la polizia doganale, la difficoltà nel mantenersi sempre sbarbato per evitare che qualcuno potesse riconoscerlo con la barba, le corse contro il tempo per evitare di rimanere in strada una volta scattato il coprifuoco, la tristezza del non poter essere sè stesso nel proprio paese dopo tanti anni di assenza,…

Il testo narra dei vari luoghi visitati da Littìn, i quali compaiono nel documentario: la casa di Neruda, Concepciòn, Santiago de Chile, le regioni del Nord, etc. Littìn racconta a Màrquez come è riuscito a spostarsi all’interno del paese senza essere scoperto e del sistema creato per non dover portare sempre con sè le riprese già fatte. Infatti, al termine di ogni sessione, le pellicole venivano affidate a qualcuno che le portava fuori dallo stato.

Anche lo stesso regista è costretto ad uscire dal Chile in un momento di difficoltà. Arrivato in Argentina decide di rendere pubblica la notizia del suo ritorno in Chile. Racconta ad un giornale di essere andato in Chile, aver girato un film, ed essere uscito illeso. Riesce così a convincere Pinochet e i suoi sistemi di controllo di essere ormai lontano, per poi tornare in Chile con la sua falsa identità a finire il lavoro indisturbato.

Littìn narra anche di come ottiene i contatti con gli intervistati che appaiono nel suo documentario, di come alcuni generali al servizio di Pinochet avrebbero voluto testimoniare contro le sue barbarie ma, per paura di essere scoperti, alla fine non lo abbiano fatto.

Littìn parla anche della resistenza popolare. Nel documentario appare un’intervista a un gruppo di militanza armata. Nel libro, Màrquez mette in mostra la difficoltà incontrata nell’organizzare questo incontro: Littìn e i suoi collaboratori vengono caricati su un furgone ad occhi chiusi, vengono fatti entrare alla cieca all’interno di un edificio e, solo durante l’intervista, viene concesso loro di guardare.

Anche nel suo resoconto a Gabriel Garcìa Màrquez, come nel film, Littìn parla dei soprusi attuati dalla dittatura. Racconta la storia di Sebastian Acevedo, morto suicida per protestare contro l’incarcerazione dei suoi due figli. Datosi fuoco nella piazza principale di Concepciòn che oggi porta il suo nome e che per tutti era già Piazza Sabastian Acevedo anche durante la dittatura.

Il regista introduce anche aneddoti simpatici del suo viaggio, come quando, rifugiatosi all’interno di un cinema per sfuggire alle imprevidibilità della strada, si accorge di stare partecipando a una specie di cabaret a luci rosse.

Il libro è un aiuto preziosissimo alla comprensione del documentario e, viceversa, il film è indispensabile per capire il libro. Non si tratta del solito film tratto dall’omonimo libro ma di un progetto di vasta portata davvero interessante. Un testo e un filmato complementari che si integrano e si spiegano a vicenda.

Lo stesso Gabriel Garcìa Marquez appare nel documentario di Miguel Littìn. Entrambi questi due uomini, infatti, erano sostenitori di Salvador Allende. Marquez, senza essere cileno, decide di omaggiare la memoria di Allende collaborando con Littìn in questo progetto e decidendo di raccontare a tutti, con la forza della sua scrittura e l’evidenza della sua fama, questa avventura clandestina, mettendo in mostra la debolezza della dittatura di Pinochet e la persistenza degli ideali di Allende, che ancora sopravvivono nei cuori, nelle menti e nelle braccia del popolo cileno e, più in generale, di tutta l’America Latina.

Nell’immagine Miguel Littìn (destra), Geraldine Chaplin e Gabriel Garcìa Màrquez (sinistra) nel 1986.

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