Dillinger è morto è un classico del cinema di Marco Ferreri del 1969 interpretato da Michel Piccoli, Anita Pallenberg e Gino Lavagetto. Uno dei capolavori assoluti del regista milanese il quale, con geniale ironia e grottesco dramma, continua imperterrito la sua critica verso una società che va sempre più incontro allo sfacelo. La società consumistica e capitalistica che colpisce anche quella italiana del Boom Economico.

Peccato che Ferreri non sia vivo per poterci regalare una fotografia folle ma esatta della società di oggi.

Dillinger è morto, anno 1969, regia di Marco Ferreri.
Michel Piccoli è Glauco, il protagonista di Dillinger è morto (1969).

Folle perché, come si vede anche in questo caso, il regista punta sempre all’eccesso. Ci riesce anche pochi anni più tardi con La grande abbuffata. In quel caso la satira borghese era incentrata su una goliardica rimpatriata fra amici. Il suicidio a suon di portate era l’unico modo per fuggire dalla noia di quella vita media e mediocre. In Dillinger è morto l’eccesso non avviene sulla propria persona, ma parte da essa e si estende sulle vite immobili dei personaggi che stanno intorno al silenzioso protagonista.

Si, perché in questo film pochi sono i personaggi e i dialoghi davvero scarsi, quasi inesistenti. In compenso c’è una grande psicologia dietro a quest’ultimi che evolve in pochi attimi e nel frattempo grida, scalcia e si dimena come un bambino in un utero materno avariato e già in decomposizione. L’utero è la società che di lì a poco non riuscirà più a mutare in meglio ma resterà aggrappata in maniera rarefatta nella continua e alienante adorazione di se stessa. Una società votata a quelle certezze e quei traguardi ormai defunti e sepolti.

Per questo preciso motivo Dillinger è morto potrebbe segnare la fine di quel tanto bramato illuminismo che trova la sua disfatta proprio nell’agiatezza economica, nella macchina nuova, nella televisione e in una bella moglie che aspetta nel letto il marito di ritorno dal lavoro. Ma è solo una mera finzione e il riflesso della frustrazione.

La trama di Dillinger è morto

Uscito dal suo lavoro come designer industriale, Glauco (Piccoli), di ritorno a casa, prende strade mai fatte fino ad allora ma che in qualche modo si somigliano tutte. Arrivato nella sua discreta dimora trova la moglie a letto e la domestica Sabina. Senza una meta ben precisa, vive quella casa come se fosse la prima volta che ci entra e inizia a sentirsi soffocato.

Circondato da oggetti iperrealistici verso i quali non prova più un granché, si prepara una cenetta solitaria. Mentre sta cercando delle spezie, trova una pistola: una Bodeo modello 1889 avvolta fra le pagine di un vecchio giornale. Una di quelle pagine riporta la morte del gangster americano John Dillinger e successivamente Glauco si ritroverà a ridare nuova vita a quella pistola. Dopo averla lavata, sgrassata e verniciata di rosso con dei piccoli pallini bianchi, si mette in cerca di qualcos’altro da fare.

Dopo un non riuscito rapporto sessuale con Sabina, rivede vecchi filmini delle vacanze. Poi, in un impeto di apparente follia, spara in testa alla moglie la quale stava dormendo beatamente. Il mattino seguente, rimessi i panni buoni per andare a lavoro, si ferma lungo la costa. A nuoto raggiunge uno yacht dentro il quale si sta svolgendo il funerale del cuoco. Salito a bordo, Glauco si offre come nuovo cuoco dell’equipaggio e solo in quel momento si rende conto che il natante si sta dirigendo verso un sole finto.

“I bisogni per la sopravvivenza fisica sono risolti proprio dalla produzione industriale. Essa propone adesso come altrettanto necessari il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi, di consumare in accordo con i modelli pubblicitari, che rendono appunto manifesti i desideri che ognuno può provare.”

Dillinger è morto (1969)

Difatti non vi è scampo da questa finzione che, a differenza del teatro, si ripercuote sull’esistenza vuota e disillusa di Glauco. Questo gli permette di realizzare un omicidio senza troppo pensarci. Peccato che il tempo di Dillinger sia davvero finito. Il famoso bandito è davvero un mero ricordo eppure, fra quelle rapine e quegli omicidi, la sua era forse una figura ancora non corrotta dai cosiddetti tempi moderni.

L’immagine di Dillinger descrive forse la perdita di un tempo, di un’epoca e di un’etica caduti con il consumismo e il sostanziale livellamento capitalistico. In una sorta di cinica parabola, l’uomo Dillinger rappresenta forse la purezza dell’uomo antico che, nonostante l’espressione mediante la sua forma più spietata, è molto più vivo del borghese Glauco ormai stanco e annoiato.

Il film di Marco Ferreri è stato inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare.
Dillinger è morto (1969)

Nella lista dei 100 film italiani da salvare, tre sono i film di Ferreri che ne fanno parte. Tra questi, oltre a La donna scimmia e L’udienza, anche Dillinger è morto. Acclamato alla sua uscita dalla rivista Cahiers di Cinema, il film di Ferreri divenne col tempo un capolavoro, ora quasi sconosciuto ai giovani. Quest’ultimi, emozionati nel riscoprire molti film che reputano all’avanguardia, si dimenticano di dare un’occhiata alla filmografia di Marco Ferreri. Un genio visionario e un regista avanti di anni luce su molti altri autori e molti film.

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