Dopo l’exploit di Un sacco bello nel 1981 l’immarcescibile Carlo Verdone portò sul grande schermo Bianco, rosso e Verdone, un’irresistibile commedia on the road divenuta negli anni un vero e proprio cult. Il film si svolge durante un fine settimana elettorale e racconta le vicissitudini di tre singolari personaggi in viaggio verso i rispettivi seggi.

Furio è un funzionario statale pedantemente pignolo e tremendamente logorroico con moglie e figli al seguito. Mimmo è un ragazzo ingenuo e goffo che va a votare insieme a sua nonna. Infine Pasquale è un emigrante che tornerà in Italia per compiere il suo dovere di cittadino.

Questi tre personaggi, interpretati tutti da Carlo Verdone, rappresentano uno spaccato della società; Furio, Mimmo e Pasquale infatti incarnano tre tipologie di italiani medi alle prese con i loro tic e le loro manie. Il camaleontico attore romano suggella tutto il suo immenso talento nel dar vita sostanzialmente a tre individui infelici che risultano essere schiavi di se stessi.

Completano il cast attori di prim’ordine che hanno contribuito a fare di Bianco, rosso e Verdone un’opera intramontabile.

Elena Fabrizi è monumentale nei panni di nonna Teresa: la sorella del compianto Aldo Fabrizi incarna magistralmente una donna che racchiude in sé l’essenza stessa di quella Roma pasoliniana che non esiste più. L’indimenticata Irina Sanpiter dal canto suo è perfetta nel ruolo della giovane moglie esaurita di Furio. Infine abbiamo un bravissimo Angelo Infanti nel ruolo di impenitente seduttore, un esilarante Mario Brega in quello di camionista sui generis e la talentuosa Milena Vukotic negli irresistibili panni di una prostituta.

Al suo secondo lungometraggio da regista, Carlo Verdone spinge molto sul pedale della comicità regalando allo spettatore scene da antologia che sono rimaste nell’immaginario collettivo di milioni di italiani.

Tuttavia già allora si percepiva che la comicità verdoniana non era fine a se stessa. Bianco, rosso e Verdone infatti alterna sequenze comiche ad altre improntate alla malinconia. Il pluripremiato attore romano riesce a non cadere nel macchiettismo conferendo profondità e molteplici sfumature ai tre protagonisti.

Il cinema italiano nel corso degli anni si è servito dei cosiddetti film ad episodi per raccontare il mutamento della nostra società. Opere come I mostri, I complessi e Made in Italy ne sono esempi lampanti. Nei suddetti film si mette alla berlina il cinismo e l’arrivismo degli anni ’60.

Carlo Verdone utilizza lo stesso modus operandi per fotografare l’Italia degli anni ’80, un periodo storico in cui, a differenza degli anni sessanta, i mostri non erano cattivi bensì patetici. Verdone infatti a differenza di registi del calibro di Dino Risi, Ettore Scola o Mario Monicelli, mostra maggiore indulgenza nei confronti dei suoi personaggi, i quali risultano essere vittime di una società frenetica che è sempre più refrattaria ad accettare il candore e l’atipicità.

Pertinente a tal proposito risulta essere il seguente aforisma del celebre filosofo svizzero Carl Gustav Jung: “La società è organizzata non tanto dalla legge quanto dalla tendenza all’imitazione.”

Coadiuvato in fase di sceneggiatura dai fidi Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi, Carlo Verdone omaggia Jacques Tati e regala al pubblico un vero e proprio gioiellino comico da vedere e rivedere che, qualora ce ne fosse ancora bisogno, ci ricorda che il suo cinema è troppo forte.

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