Spesso siamo abituati ad associare i cartoni animati a storie leggere, senza troppe pretese e senza alcuno scopo se non quello di intrattenere e divertire. Spesso è vero, altre volte, invece, i cartoni diventano portatori di messaggi che, più che semplici messaggi, si rivelano essere lezioni di vita che dovrebbero essere usate come mattoncini sui quali poggiare solide fondamenta della nostra esistenza.

In questa categoria rientra senza dubbio Mulan, trentaseiesimo Classico Disney, vero e proprio filo d’Arianna che dovrebbe guidarci all’interno di questo labirinto che è la vita, dove malvagi minotauri travestiti da quotidianità sono pronti a divorarci e a trascinarci giù dove è buio pesto.

Apparentemente la narrazione sembra essere molto semplice ma sicuramente divertente. E’ la vicenda di una ragazzina maldestra e disobbediente che, per amore della propria famiglia, si arruola segretamente nell’esercito e che, con l’aiuto di un drago poco credibile, diventa un bravo soldato, fino a essere la salvezza della Cina.

E’ la storia di un’eroina, quindi, potremmo dire traendo le nostre conclusioni e riducendo la trama all’osso. Giustissimo. Ma cosa rende davvero Mulan un’eroina? Sicuramente salvare una nazione è un nobile gesto, qualcosa di grandioso che non si vede tutti i giorni e di questo bisogna darle merito. Ma il più straordinario insegnamento che Mulan ci lascia in eredità è quello di combattere fino ad abbattere la più alta e maestosa muraglia esistente, e non sto parlando di quella cinese. Mi riferisco ai costrutti sociali, a quegli schemi a cui tutti, nolenti o volenti, sottostiamo, ci attacchiamo, obbediamo.

La battaglia più grande di questo film non è quella contro gli Unni, bensì quella contro la società, intrisa di insane convinzioni e malate discriminazioni.

Il film si apre con l’immagine di una ragazza ansiosa di soddisfare la sua famiglia e le aspettative sociali: il suo ruolo è quello di essere una brava moglie, una brava madre, una brava figlia. Ma Mulan sa di non essere tagliata per queste cose.

All’inizio tutto questo la scoraggia e la fa sentire inadeguata ma sarà proprio il suo cantare fuori dal coro che la porterà a trovare la strada che la conduce al suo vero io. E in questo viaggio trascinerà anche i suoi compagni d’avventura.

Se d’apprima, infatti, si ha l’impressione che il film sia un puro grido al femminismo, veicolando il messaggio tramite l’assurdità dell’opposto, portando lo spettatore a sentirsi infastidito dei comportamenti ultra patriarcali iniziali, mediante scene che, più ci mostrano un mondo maschilista più ci gridano in faccia concetti femministi, ci si accorge, gradualmente, che etichettarlo come mera pellicola femminista è riduttivo.

Infatti a poco a poco il tema si allarga, come un occhio di bue che, da un punto minuscolo arriva ad illuminare un ampio palco, piano piano, lasciandoci il tempo di abituarci alla luce che cresce.

Mulan - La recensione del film animato

Siamo al campo, luogo sacro di violenza e virilità. C’è il generale Shang, emblema di forza e di mascolinità e poi ci sono gli uomini, quelli che fino a quel momento hanno condotto un’esistenza normale, lontani da scenari di battaglia. Qui, chiaramente, si capisce di come le aspettative sociali non pendano solo da un lato: la società non ha pretese solo verso le donne ma anche verso gli uomini.

“Farò di te un uomo” è l’inno che segna questo passaggio, è la canzone che, da un mero andamento femminista ci apre le porte ad una lotta di genere, indipendente dal sesso. Bisogna rompere gli schemi, sempre, non importa se si è uomo o donna. Se non ci si rispecchia in un mondo bisogna togliersi le catene e scrivere una versione alternativa dell’essere uomo o donna, una versione personale.

Farò di te un uomo ci mostra, concentrato in pochi minuti di canzone, che cosa significa essere uomo: vuol dire essere forti, abili, pronti alla guerra, capaci di gestire il dolore. Eppure, se si vanno ad analizzare gli attori maschili principali, questi sono bel lontani dallo stereotipo classico, sebbene anche loro ambiscano a rientrare nelle definizioni sociali, in quella gabbia che, apparentemente, sembra mettere le ali piuttosto che tarparle.

Il flusso continua e i nostri soldati sono pronti alla guerra. Tutti sognano il rientro a casa, quando finalmente, essendo veri uomini, saranno degni di avere l’ammirazione di una donna. Ma poi una città distrutta si apre davanti a loro: c’è solo dolore e disperazione e nessun allenamento potrà mai preparare a tutta questa devastazione. E, allora, davanti alla crudeltà dell’uomo, tutto crolla, vengono meno i precetti sociali, le facce attonite parlano per loro, mostrando ciò che resta: esseri umani.

Qui si perde il senso della forza e la necessità dei ruoli, in quei pochi secondi di film, i due filoni principali si incontrano fondendosi in un unico grido: tutto diventa inutile, rimane soltanto l’essere umano, senza più definizioni. In quel momento, nessuno ha pensato di dover essere uomo. Nessuno ne ha sentito l’importanza.

Alla fine la salvezza per la Cina arriva. E chi è a portarla in salvo? Dei soldati che nessuno mai si sarebbe aspettato. Sono loro che, compiendo quelle opere straordinarie compiute da uomini perfetti e valorosi, sebbene mediante la loro semplicità e imperfezione, ci raccontano di come le definizioni sociali non servano a nulla se non a sentirsi inadeguati. Mulan non è meno donna di una sposa devota e i nostri tre soldati non sono meno valorosi del generale Shang.

C’è una meta alla fine della strada, ma non significa che vi sia un solo sentiero per arrivare al traguardo.

Questa è la morale di Mulan: non esiste un modo per essere uomini o donne, esistono soltanto gli uomini e le donne.

Mulan trova i suoi natali nel 1998 e non sarebbe potuto essere altrimenti. Siamo in un periodo in cui le voci femministe si alzano poiché non basta più l’uguaglianza sulla carta. Non basta il benestare delle varie Nazioni, dell’ONU e dell’Unione Europea, non bastano più le parole ma servono i fatti. La pellicola si infiltra fra le contestazioni e fra la lotta alla parità, andando a sostenere il mondo femminista e superandolo: Mulan diventa un grido di indipendenza, un urlo di libertà.

Libertà per tutti.

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