Processo per stupro è un film documentario andato in onda sulle reti rai nel 1979. Girato dal vivo durante un processo multiplo per violenza sessuale nel 1978. Le registe sono sei attiviste femministe: Loredana Rotondo, Rony Daopulo, Paola De Martis, Annabella Miscuglio, Maria Grazia Belmonti e Anna Carini.

Processo per stupro (1979).
Processo per stupro (1979)

Il processo per stupro

Il documentario segue le varie udienze del processo, riprendendo le testimonianze e le dichiarazioni della parte lesa e degli accusati. La vittima è Fiorella, della quale viene oscurato il cognome, violentata ripetutamente da Rocco Vallone, Cesare Novelli, Claudio Vagnoni e Roberto Palumbo.

Le registe mettono in evidenza la posizione dei vari avvocati e la paradossalità dell’intero processo.

Il film mostra come gli imputati abbiano cambiato posizione durante le varie fasi preprocessuali. Dichiarandosi prima colpevoli, poi negando, poi inventando una storia ad hoc per far credere che Fiorella, di 18 anni, ragazza povera, fosse solita cedere favori sessuali in cambio di regali, cene e sigarette. Uno dei quattro stupratori rimane latitante durante tutta la fase di istruttoria.

L’avvocata dell’accusa, Tina Lagostena Bassi, ha parte rilevante nel processo per stupro e, ancora di più, nel documentario. Riesce a mettere in evidenza come le varie dichiarazioni e i comportamenti degli accusati non tornino. I quattro, infatti, sostenevano che era stata accordata con Fiorella la cifra di 200 mila lire in cambio di un rapporto completo con ognuno di loro, uno dopo l’altro. Cifra che la ragazza non ha mai ricevuto. L’avvocata dimostra la stranezza di tale patto, dal momento che, secondo i quattro uomini, la ragazza di solito si concedeva in cambio di un pacchetto di sigarette.

Inoltre uno di questi, la mattina dopo il fatto, aveva mandato il proprio cognato a comprare il silenzio di Fiorella con un milione di lire. Durante il processo Fiorella chiede un risarcimento simbolico di 1 lira e la donazione di una cifra ai centri antiviolenza. Dimostrando così di non essere interessata ad alcun denaro degli accusati. Di non aver falsamente denunciato per arricchirsi.

Il processo si conclude con la condanna a un anno per i quattro, considerati colpevoli. A questi viene però concessa la libertà condizionale che permette loro di non scontare la pena di detenzione in carcere.

Le arringhe

Le arringhe, ovvero le difese orali degli avvocati, che vengono presentate nel documentario sono 4: quella dell’avvocata dell’accusa Tina Lagostena Bassi, visibile gratuitamente su Rai Play in versione restaurata; e quelle degli avvocati difensori Giorgio Zeppieri, Angelo Palmieri e Titta Mazzucca.

Esse sono particolarmente utili per capire il vero obbiettivo delle registe e la vera tematica trattata in Processo per stupro: la violenza giudiziaria sulle donne. La vittima viene infatti trasformata in accusata e il processo sembra essere fatto a lei invece che ai suoi violentatori.

E’ una prassi costante: il processo alla donna, La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale

Quindi il documentario mette al centro dell’attenzione, come vero e proprio imputato, il sistema processuale in sé. Un sistema che colpevolizza la donna, che processa la vittima. A distanza di 41 anni possiamo dire che le cose non sono cambiate molto. Ancora nei processi per stupro si chiede alla vittima che cosa indossasse o se avesse espresso chiaramente il proprio dissenso. Come afferma anche Tina Lagostena Bassi, nessuno si sarebbe sognato nel 1979, né si sognerebbe oggi, di svolgere in questo modo una difesa per altri tipi di reato.

Nessuno di noi avvocati -e qui parlo come avvocato-, si sognerebbe d’impostare una difesa per rapina così come s’imposta un processo per violenza carnale.

Giorgio Zeppieri

Le arringhe degli altri avvocati e le dichiarazioni degli imputati, infatti, cercano di portare l’attenzione sulla condotta della vittima, sul suo essere una ragazza di facili costumi che si era altre volte trattenuta in compagnia di uno dei 4. Arrivano persino a chiamare sul banco dei testimoni un ragazzo che, anni prima dell’accaduto, aveva avuto una relazione occasionale con lei. Cercano di scaricare su di lei la responsabilità della violenza, per poi concludere che:

“Che cosa avete voluto? La parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l’uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? Avete cominciato con il dire «Abbiamo parità di diritto, perché io alle 9 di sera debbo stare a casa, mentre mio marito il mio fidanzato mio cugino mio fratello mio nonno mio bisnonno vanno in giro?» Vi siete messe voi in questa situazione. E allora ognuno purtroppo raccoglie i frutti che ha seminato. Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente”

Niente di più simile a ciò che si sente dire oggi. Secondo una ricerca Istat del 2019, una persona su quattro in Italia pensa che la donna provochi la violenza sessuale (ad esempio con i suoi vestiti) e quasi il 40% degli italiani pensa che una donna sia in grado di sottrarsi a un stupro se davvero non lo vuole (è quindi ancora diffusa l’insensata idea che la donna desideri la violenza sessuale).

A questo ultimo punto si ricollega l’arringa dell’avvocato Giorgio Zeppieri. Egli afferma che, avendo i quattro uomini costretto la ragazza a compiere del sesso orale, per lei sarebbe stato semplicissimo sottrarsi a esso con un morso. Anzi, l’avvocato si dilunga affermando che durante il sesso orale la donna ha parte attiva e l’uomo passiva, dunque forse è stata lei ad abusare sessualmente degli imputati. Il rovesciamento dei ruoli tra vittima e colpevole si compie definitivamente e con straziante evidenza.

Nonostante la serietà dei fatti, Zeppieri continua con cruda ironia. Spostando l’attenzione sulle violenze che gli uomini subiscono dalle loro mogli gelose. Paragonando le domande di una compagna gelosa a uno stupro di gruppo.

Angelo Palmieri

L’avvocato Palmieri, invece, porta in ballo un altro tema ricorso nel panorama europeo degli ultimi anni. Quello dell’impossibilità di accertare la violenza se non ve ne sono i segni sul corpo. Fiorella infatti non aveva segni di violenza e aveva dichiarato, a proposito di questo e del suo “non opporre resistenza”, che era stata ferma perché minacciata di morte, schiaffeggiata e minacciata con un bastone. Come dice Lagostena Bassi: 

“Quale sarebbe stata la reazione? Sono quattro uomini. Certo, uno può dare un morsico, può rischiare la vita, e l’avrebbe rischiata. Ed ognuna delle donne ricorda quello che è successo a chi ha cercato di ribellarsi, a chi cerca di ribellarsi alla violenza. Ed ecco che violenza vi è anche se non vi sono reazioni di questo tipo, perché non si può aspettare che tutte siano delle Sante Goretti

Un caso simile ha sconvolto la Spagna nel 2016, portando a un grosso rinvigorimento del movimento femminista nel paese. Una ragazza di 18 anni è stata stuprata da cinque uomini che sono stati condannati per abuso sessuale e non per violenza, in quanto la giovane non ne portava i segni. Questo sembra testimoniare come, dopo tanto tempo, la situazione non sia ancora cambiata. Nonostante i due processi abbiano provocato molto scalpore e risonanza sulle tematiche femministe.

Per avere una panoramica sul nuovo femminismo in Spagna e sulla situazione odierna delle donne nel sud dell’Europa è consigliata la visione del documentario Cronaca di una riscossa, disponibile su Netflix.

Successo e successivi sviluppi di Processo per stupro

Processo per stupro ebbe grande risonanza negli anni della sua produzione. Infatti la prima volta che fu mandato in onda, il 26 aprile 1979, fu seguito da 3 milioni di telespettatori e la replica in prima serata nell’ottobre dello stesso anno fu seguita da 9 milioni di telespettatori. Nonostante ciò, successivamente non è più stato trasmesso dalla Rai e oggi su Raiplay si trova solo l’arringa dell’avvocata Lagostena Bassi. Il film è visibile interamente su YouTube, anche se la qualità dell’immagine e dell’audio è davvero bassa.

Sono state diverse le spiegazioni avanzate per questo rifiuto da parte di Rai verso il documentario, tra queste il tentativo di proteggere gli avvocati difensori e le loro famiglie dal giudizio del pubblico contemporaneo. La spiegazione non sembra molto convincente dal momento che molti avvocati e giudici utilizzano ancora metodi di difesa simili e condividono quelle stesse idee sessiste, maschiliste, patriarcali e violente alla base del film.

Siamo in un momento storico in cui le destre estremiste avanzano con le loro pretese di conservatorismo, davanti a queste il femminismo sembra essersi risvegliato in tutti i paesi del mondo. Quest’anno il 25 novembre, in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, vedere Processo per stupro può essere utile per capire che la lotta iniziata nel 1979 e condivisa da 9 milioni di italiani non solo non è finita ma deve riaprirsi con più forza. Perché, nonostante le lotte e nonostante l’evidenza, la giustizia penale continua a essere discriminatoria e sessista.

Una cosa, sì, è cambiata dagli anni ’70. Ora ci sono molte più donne magistrate. Questo però non impedisce che venga perpetrata violenza nei confronti delle vittime di stupro. Infatti, purtroppo, essere donna non è requisito sufficiente per essere femminista. La violenza di genere è attuata anche dalle donne stesse.

Il documentario inizia proprio mostrando la madre di uno degli stupratori che difende il figlio che, secondo lei, si è fatto abbindolare da una puttana. Le donne che si combattono tra loro sono la più riuscita strategia del patriarcato. Qualcuno potrebbe obbiettare che nel 2020 le donne sono più solidali. Ma non è così. Per citare solo uno dei casi più famosi dei giorni nostri: il processo per stupro a Kobe Bryant. Lo sportivo, nonostante aver ammesso di aver avuto svariati rapporti sessuali fuori dal matrimonio e aver confessato di aver forzato una ragazza credendo che fosse consenziente, è stato sempre difeso dalla moglie che, addirittura, dopo la di lui morte lo ha ricordato come un “marito premuroso”.

La violenza delle donne sulle donne fa parte della macchina costruita dal sistema per evitare che le donne denuncino e preferiscano sottomettersi al patriarcato. Nella Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne voglio concludere questo articolo con l’ennesima citazione dall’arringa di Tina Lagostena Bassi, per ricordare tutte le donne violate e abusate prima dai loro stupratori, poi dal giudizio delle persone e infine dal sistema penale.

“A nome di Fiorella e a nome di tutte le donne, molte sono, ma l’ora è tarda e noi vogliamo giustizia. E difatti questo io vi chiedo: giustizia. Noi non chiediamo le condanne, non c’interessano. Ma rendete giustizia a Fiorella, e attraverso la vostra sentenza voi renderete giustizia alle donne, a tutte le donne, anche e prima di tutto a quelle che vi sono più vicine, anche a quelle povere donne che per disgrazia loro sono vicine agli imputati. Questa è la giustizia che noi vi chiediamo.
Per quanto attiene al risarcimento, già vi ho detto: una lira per Fiorella, questa ragazza così venale, che andava con uomini per soldi, vero?, e sulla quale voi butterete fango, butterete fango a piene mani. Bene, questa ragazza così venale vuole una lira, e vuole la somma ritenuta di giustizia devoluta al Centro contro la violenza sulle donne, perché queste violenze siano sempre meno, perché le donne che hanno il coraggio di rivolgersi alla giustizia siano sempre di più.”

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