Correva l’anno 1982 quando nelle sale italiane uscì Io so che tu sai che io so, pellicola diretta da Alberto Sordi che vede come protagonisti lo stesso regista e Monica Vitti. Questa vera e propria coppia di fatto del cinema di casa nostra aveva suggellato la propria alchimia in film intramontabili come Amore mio aiutami (1969) e Polvere di stelle (1973).

In Io so che tu sai che io so la trama verte sui coniugi Fabio (Sordi) e Livia (Vitti) Bonetti. Essi vivono apparentemente un’esistenza tranquilla e monotona priva di stimoli significativi, fino a che Fabio non si accorgerà che la moglie è seguita sistematicamente da un investigatore privato che la riprende e la fotografa. Successivamente verrà scoperto che la donna che doveva essere spiata non era Livia, bensì Elena Vitali (Micaela Pignatelli), la padrona della casa in cui abitano i Bonetti. Seguiranno eventi ambigui che spingeranno Fabio a vedere i filmati fatti erroneamente a sua moglie. L’uomo scoprirà una verità sconvolgente.

Alberto Sordi, coadiuvato dal fido Rodolfo Sonego e da Augusto Caminito in fase di sceneggiatura, realizza una riuscita dramedy che mette alla berlina la società degli anni ’80, soffermandosi sul mutamento del ruolo maschile e femminile all’interno del nucleo familiare di quel periodo storico.

Fabio viene dipinto come il classico maschio alfa dedito principalmente al lavoro e alla passione per il calcio in TV. Livia invece all’inizio del film ci appare come la donna di casa per antonomasia, remissiva e timorosa che si occupa esclusivamente del ménage familiare. Nel corso della vicenda però le cose si ribalteranno e scopriremo che è Livia ad essere il vero uomo di casa. Fabio infatti è letteralmente soggiogato dalle cosiddette armi di distrazione di massa, le quali impediscono a questo padre di famiglia di comprendere realmente ciò che accade intorno a lui.

Il regista di Fumo di Londra e Io e Caterina inoltre analizza con grande tatto il problema dilagante della droga tra i giovani; commovente risulta essere il momento in cui il suo personaggio si trova di fronte a questa nuova e difficile realtà da affrontare. D’altronde, come asserì il celeberrimo drammaturgo Ennio Flaiano: “L’oppio è ormai la religione dei popoli.”

Io so che tu sai che io so è un vero e proprio spaccato di una società in continua evoluzione nella quale la donna si è ormai totalmente emancipata. Pertinente a tal proposito risulta essere il seguente aforisma del noto filosofo francese Michel Eyquem De Montaigne: “Le donne hanno ragione a ribellarsi contro le leggi, perché noi le abbiamo fatte senza di loro.”

Monica Vitti è straordinaria nel tratteggiare una donna con due facce che nella vita familiare è in un modo e in quella sociale cambia completamente atteggiamento. L’intramontabile attrice romana suggella tutta la sua versatilità alternando magistralmente sequenze drammatiche a scene più leggere. La musa del compianto Michelangelo Antonioni è l’emblema stesso di tutte quelle donne che non smettono mai di lottare.

Alberto Sordi dal canto suo è come al solito impeccabile nell’incarnare ancora una volta il prototipo stesso dell’italiano medio; l’indimenticato attore romano continua instancabilmente a portare sul grande schermo tutti i tic e le manie di piccoli uomini. A differenza di altre volte però, in Io so che tu sai che io so, Sordi si mostra maggiormente indulgente con il suo personaggio, d’altronde non è colpa sua se la realtà che lo circonda è diventata talmente frenetica e pericolosa da dover difendersi a suon di zapping.

Mi congedo con una frase estratta dal libro Il lato oscuro della Luna. Le seguenti parole dell’autore Stefano Nasetti risultano essere fortemente correlate al significato intrinseco di Io so che tu sai che io so: “La verità è un qualcosa di scomodo che non tutti sono disposti ad accettare, ma prima o poi tutti dovremo farci i conti.”

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