Carlo Verdone nel corso della sua lungimirante carriera ha sempre fotografato in modo ineccepibile il continuo mutamento della società, tanto da autodefinirsi un “pedinatore di italiani”. Il mio miglior nemico non fa eccezione.

Nel suddetto film, uscito nei cinema italiani nel 2006, l’acclamato regista romano mette alla berlina un momento storico in cui vengono a mancare quei punti di riferimento su cui si fonda una società civile. Per farlo pone a confronto due generazioni, ovvero quella dei cinquantenni e quella dei ventenni.

La prima è incarnata dallo stesso Verdone, il quale ne Il mio miglior nemico interpreta Achille, un benestante manager che da anni gestisce con successo una rinomata catena alberghiera di cui è proprietaria la moglie Gigliola (Agnese Nano) assieme al fratello Guglielmo (Paolo Triestino).

Achille inoltre ha una figlia di nome Cecilia (Ana Caterina Morariu) con la quale vive un rapporto conflittuale. Dall’altra parte abbiamo Orfeo (Silvio Muccino), un giovane di modesta estrazione sociale che vive con la madre Annarita (Sara Bertelà), una donna completamente devastata dalla depressione.

Silvio Muccino ne Il mio miglior nemico di Carlo Verdone

Sarà proprio Annarita l’anello di congiunzione tra Achille e Orfeo in quanto la donna, che lavora nell’albergo di cui Achille è responsabile, verrà licenziata da quest’ultimo con l’accusa di furto. A questo punto Orfeo farà di tutto pur di rovinare l’esistenza ad Achille. Seguiranno molteplici colpi di scena e sequenze esilaranti in cui la coppia Muccino – Verdone dimostrerà di possedere un’encomiabile affinità.

Il regista di Compagni di scuola e Maledetto il giorno che t’ho incontrato si diverte a dare ai protagonisti il nome di due grandi personaggi della mitologia greca: Achille ed Orfeo. Il primo, grande protagonista dell’Iliade, era noto per essere l’eroe invulnerabile per antonomasia mentre Orfeo veniva considerato come l’artista per eccellenza capace di incantare gli animali e di compiere il viaggio dell’anima lungo i sentieri oscuri della morte.

I due personaggi interpretati da Carlo Verdone e Silvio Muccino sono esattamente l’antitesi dell’eroicità insita nei due miti greci. Achille/Verdone infatti presenta innumerevoli debolezze mentre Muccino/Orfeo non sa ancora qual è la strada che deve intraprendere. Verdone con la consueta comicità malinconica che da sempre lo contraddistingue mostra l’egoismo e l’immaturità dei giovani e delle persone mature senza scivolare in banali cliché.

Achille ed Orfeo, nonostante siano separati da almeno trent’anni di età, sono tutti e due incapaci di assumersi le proprie responsabilità e faticano entrambi  ad accettare la realtà in cui vivono. Verdone inoltre affronta con molta delicatezza il tema della depressione facendo comprendere che si tratta di una vera e propria malattia che condiziona ineluttabilmente la qualità della vita.

Pertinente a tal proposito risulta essere il seguente aforisma del compianto scrittore italiano Romano Battaglia: “Soffrire di depressione vuol dire non desiderare più nulla, non avere la forza di cambiare. Ci sentiamo soli anche in mezzo agli altri, che spesso non comprendono la nostra sofferenza. Siamo incapaci di amare e nello stesso tempo abbiamo un disperato bisogno di affetto.”

Carlo Verdone è magistrale nel calarsi nei panni di questo “borghese piccolo piccolo”, mentre lo stesso Silvio Muccino se la cava egregiamente nei panni di un ragazzo tormentato che cerca la sua Euridice. Da menzionare infine la fascinosa e talentuosa Ana Caterina Morariu. Essa da vita ad una giovane donna alla costante ricerca di affetto.

Alla sua uscita nelle sale, Il mio miglior nemico ottenne un grande successo sia di critica che di pubblico, arrivando ad incassare la ragguardevole cifra di € 18.598.000. Il lungometraggio in questione è stato girato tra l’eterna Roma, il suggestivo lago di Como, la splendida Ginevra e l’incantevole Istanbul.

Coadiuvato in fase di sceneggiatura dallo stesso Muccino, dal fido Pasquale Plastino e da Silvia Ranfagni, Verdone fa nuovamente centro regalandoci un gioiellino da vedere e rivedere.

La suddetta opera ci comunica che “a volte bisogna perdere tutto prima di capire ciò che è davvero importante.”

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here