Uomini contro è un film del 1970 diretto da Francesco Rosi e interpretato da Gian Maria Volonté, Mark Frechette e Alain Cluny. L’opera, uno dei più splendidi manifesti contro la guerra, è liberamente ispirata al romanzo Un anno sull’Altipiano, di Emilio Lussu e racconta le drammatiche vicissitudini dei soldati italiani durante la Prima Guerra Mondiale.

Uomini contro (1970).

Di celeberrimi monumenti che raccontano questo conflitto bellico il cinema ne è pieno. Orizzonti di gloria, E Johnny prese il fucile, La grande guerra, il recentissimo 1917 o Torneranno i prati, l’ultimo film diretto da Ermanno Olmi. Uomini contro entra a piè pari nel panorama cinematografico dei grandi film di guerra. Il regista de Il bandito Giuliano e Cadaveri Eccellenti, racconta, secondo anche i suoi ideali politici, uno dei più crudi e devastanti scontri armati del Ventesimo Secolo. Girato in gran parte in Jugoslavia, la pellicola si apre e si chiude sull’altopiano di Asiago.

Uomini contro – La trama

Dopo essere stati cacciati da Monte Fior dagli austriaci, il reggimento del generale Leone (Cluny) è costretto a retrocedere. Il generale, uomo votato alla guerra, presuntuoso e completamente indifferente alle condizioni fisiche e psichiche dei suoi uomini, continua la propaganda sulla guerra eroica e la bella morte, inimicandosi sempre di più non solo i  soldati ma anche qualche tenente.

Uno di questi, il tenente Ottolenghi (Volonté), militare dalle pericolose idee socialiste, viene ammazzato ma non dagli austriaci, bensì dai suoi stessi superiori che non possono permettere un simile comportamento. Poi c’è il giovane tenente Sassu (Frechette), che dopo essersi arruolato volontario con gli interventisti finisce col cambiare posizione dopo mesi di trincea. Più di una volta il giovane cercherà di porre fine al folle comando di Leone, senza però riuscirci.

Anche Sassu avrà la stessa sorte di Ottolenghi, dopo essere stato processato per aver comandato il plotone d’esecuzione contro il maggiore Malchiodi, anche lui uomo arrogante, corrotto dal potere e inquinato da una credenza bellica disumana e alienante; proprio come il generale Leone. Nel bel mezzo di questi eventi isolati, c’è la maestosa carneficina che è la guerra e i soldati mandati a combattere per un po’ di cioccolato e cognac.

Soldati, generali e il falso mito della Bella Morte

Uomini contro fu criticato pesantemente quando uscì, sollevando polemiche e risvegliando anche la cara vecchia censura. Il motivo è aver mostrato una guerra diversa, cinica, malata, fatta di uomini sacrificabili e centimetri di terra da conquistare. Ma la cosa che forse destò il grande malcontento, ma non di certo quello popolare, fu perché Rosi ebbe l’ardire di descrivere l’impreparazione e la grande altezzosità dei comandanti italiani. Comandanti tronfi di elegie futuriste sulla sacra battaglia capaci di lasciare la tattica di guerra in secondo piano.

Gian Maria Volonté veste i panni del tenente Ottolenghi.

Nei documenti storici sulla Prima Guerra Mondiale gli studiosi riportano la grande differenza che c’era fra l’esercito austriaco e quello italiano, ma soprattutto l’immenso divario che c’era fra la grande arte bellica dei generali austriaci e quella invece spicciola dei generali italiani, intrisa solo di plateali e aulici sentimenti patriottici ma che poi, alla fine, non potevano considerarsi vere e proprie strategie.

Se ne La grande guerra di Monicelli opta per un racconto tragicomico, in Uomini contro Rosi descrive solo attraverso l’uso di immagini crude e spietate. Il suo è un cinema destinato alla tragedia, volto a parlare del dramma di cui tutti parlano, di cui tutti sanno, ma contro il quale nessuno può farci niente.

È la classica storia fra il più debole e il più forte; i soldati diventano martiri fiacchi e alienati da una guerra che non è più la loro. La trincea diventa col tempo il simbolo di un conflitto atroce. Chi non è morto in battaglia è morto di inedia, di malattia o ucciso in decimazioni punitive ordinate dagli stessi superiori. Quest’ultimi diventano proprio il nemico contro il quale bisogna combattere; anche gli austriaci, per quanto nemici, sono uomini come tutti gli altri. Anche loro militari senza più forza e volontà, ma macchine rotte e carne da macello.

Il nemico non è più difronte ma è alle spalle. Il nemico si nasconde fra i dirigenti corrotti da ideali elevati, come appunto il mito della bella morte.

Gli attori e il non detto sulla Grande Guerra

Uomini contro è una parabola fangosa e atroce sulla guerra, in questo caso quella italiana, che non è solo eroica o mitica. Un vero e proprio massacro che si estende dal campo di battaglia fino alle vicende avvenute nelle retrovie, che non sono di certo meno rovinose e sinistre. Difatti Francesco Rosi più che sul corpo a corpo e sull’assalto alla baionetta, si concentra molto di più sulla follia perpetrata dai generali; uomini abituati a comandare e pianificare seduti davanti alla scrivania.

La pellicola descrive, e con grande verità, le fucilazioni per insubordinazione, i tentativi dei soldati italiani di fuggire e di vendersi al nemico. E ancora, le mutilazioni autoinflitte dei militari per esseri rimandati a casa e i continui e interminabili processi istituiti appositamente per smascherare tali truffe. Per ultimo, ma non ultimo, i vari episodi di rivolta per rovesciare e porre fine al pugno di ferro dei generali.

Mark Frechette in una scena di Uomini contro.

Rosi si avvale del fedele Gian Maria Volonté per dirigere questa storia. All’attore milanese affida infatti il ruolo del protagonista; un uomo che in guerra è stato mandato ma che comunque fa di tutto pur di salvaguardare la vita dei soldati. Mark Frechette, qui alla sua seconda esperienza da attore dopo Zabriskie Point, veste i panni di un giovane tenente. La sua passione romantica per la battaglia viene subito messa a tacere una volta arrivato in prima linea. Il francese Cluny, che poi lavorerà ancora con Rosi e Volonté in Cristo si è fermato a Eboli, è il generale Leone, un uomo imbevuto di sogni e vero antagonista della storia.

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