Italiani brava gente è un vecchio e inossidabile mito che accomuna quasi tutte le fazioni politiche, da destra a sinistra. In un paese che sembra non voler mai fare i conti con il proprio passato può essere utile dare una letta al libro del professore di Storia Contemporanea della Ca’ Foscari, Simon Levis Sullam, I carnefici italiani – Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945 (2015).

In poco più di un centinaio di pagine, l’autore ribalta il vecchio adagio che gli italiani nulla centrano con la Shoah e che sia stata tutta colpa dei tedeschi. Attraverso prove documentarie e verbali ufficiali del periodo, scopriamo quanto tutti gli organi dello stato si siano mossi per soddisfare il progetto di deportazione dei nazisti.

Il libro si apre alla sera del 5 dicembre 1943, quando una retata conduce all’arresto di centosessanta tra uomini, donne e bambini della comunità ebraica di Venezia. Centosessanta ebrei, cittadini italiani ma dai loro stessi concittadini respinti, isolati e condannati a morte.

I carnefici italiani si concentra proprio su tutti coloro che hanno partecipato, direttamente o indirettamente, allo sterminio del popolo ebraico in Italia. Non solo carabinieri, poliziotti, militi della Guardia Nazionale della Repubblica di Salò e volontari fascisti, ma anche impiegati delle anagrafi, funzionari di polizia, segretari, vicini di casa e vecchi amici divenuti delatori. Nessuno di questi può dirsi innocente, anche se spesso, finita la guerra, nessuno di coloro che aveva partecipato alla macchina dello sterminio perse il posto.

8869 ebrei italiani furono uccisi tra il 1943 e il 1945. Il censimento razziale e razzista del 1938 aveva registrato circa 47mila ebrei nel territorio del Regno. La maggior parte di loro finì al campo di sterminio di Auschwitz, seguito dal campo di Bergen-Belsen.

Il genocidio non passava solamente tramite la semplice uccisione. Era un processo più sofisticato, che mirava al completo annichilimento dell’individuo. Dalle prime leggi razziali che vietarono le libertà economiche e politiche degli ebrei in Italia, si passa a rastrellamenti e deportazioni durante i quali i nostri concittadini di fede ebraica venivano ulteriormente vessati. I loro beni confiscati, se non razziati, per accrescere le ricchezze di questori e prefetti, che spesso abusavano persino del loro potere (come se già non fosse abbastanza criminale esercitare quel tipo di potere).

Questo processo era volto a recedere completamente la componente ebraica dalla società italiana. Lo dimostrano alcuni episodi citati da Sullam, avvenuti nel Dopoguerra. Alcuni dei sopravvissuti all’Olocausto, non solo non sono mai stati indennizzati dei beni sottratti, ma, addirittura, hanno dovuto pagare i costi sostenuti dallo stato per conservare e stipare quegli stessi beni che lo stato gli aveva sottratto anni prima con la forza.

Tra i ritratti che I carnefici italiani fornisce, quelli di Mauro Grini e Celeste di Porto sono tra i più interessanti. Entrambi sono stati delatori. Entrambi erano ebrei. Lui di Trieste e lei di Roma. Consegnarono centinaia di membri delle rispettive comunità nelle braccia delle camice nere e delle SS.

I carnefici italiani non traccia un quadro edificante, ma racconta una verità. Quella verità troppo spesso celata dal fulgido esempio di qualche anima pia. L’obiettivo dell’autore, dichiarato, è proprio quello di mettere sotto la luce dei riflettori, per una volta, tutti coloro che hanno contribuito, anche in minima parte, a quell’opera di sterminio che ancora oggi lascia le sue ferite.

D’altronde a tutti fa piacere parlare e ricordarsi degli eroi. Un po’ meno piacevole è guardarsi allo specchio e scoprirsi una nazione di delatori, approfittatori, meschini e assassini.

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