Il romanzo Profumo di donna, scritto da Giovanni Arpino nel 1969, ha avuto due trasposizioni cinematografiche. Il primo a portare sul grande schermo la suddetta opera letteraria fu il compianto regista Dino Risi nel 1974. Successivamente fu invece Martin Brest ad attingere al romanzo di Arpino nel 1992.

Profumo di donna ha come protagonista un colonnello non vedente in congedo, il quale medita di suicidarsi con l’ausilio di un giovane che nel corso della vicenda gli farà da balia. I film sono molto differenti tra loro; quello di Risi infatti risulta essere fortemente correlato al romanzo mentre il lungometraggio diretto da Brest si differenzia in parte dalla trama originale del racconto.

Nel Profumo di donna risiano vediamo un Vittorio Gassman giganteggiare nel ruolo di questo ufficiale scorbutico e depresso che sfoga la sua frustrazione sul povero soldato di leva Giovanni Bertazzi (Alessandro Momo). Nell’omonimo remake americano invece è Al Pacino ad interpretare magistralmente il colonnello in questione. Pacino è immenso nel calarsi nei panni di quest’uomo borderline che alterna una forte depressione a momenti di fulgida vitalità.

A differenza di Dino Risi, il regista di Vi presento Joe Black e Vivere alla grande realizza una pellicola maggiormente ammiccante nei confronti del pubblico. Brest infatti non rifugge il manierismo e inoltre mette alla berlina la società americana, rea di sfornare individui superficiali e codardi.

Al Pacino non rinuncia ai suoi proverbiali sermoni che, di certo, hanno contribuito a fargli vincere per questo ruolo l’ambito Premio Oscar come miglior attore protagonista. Lo stesso Vittorio Gassman, grazie all’interpretazione di questo stesso personaggio, fu insignito di prestigiosi premi come il David di Donatello, il Nastro d’argento e il Globo d’oro tra i tanti.

Profumo di donna è un vero e proprio elogio della donna. Il protagonista, infatti, per cercare sollievo dall’handicap che lo affligge, cerca rifugio nell’amore femminile. D’altronde come ha asserito l’indimenticato poeta nicaraguense Rubén Darío: “Senza donna, la vita è pura prosa”.

Dino Risi, coadiuvato in fase di sceneggiatura dal fido Ruggero Maccari, realizzò una pellicola asciutta fortemente ancorata alla realtà. Nel Profumo di donna targato Brest invece la vicenda è molto spettacolarizzata. La sequenza del tango, quella della Ferrari e il discorso finale di Pacino sono scene dense di pathos che enfatizzano notevolmente il senso della pellicola.

Un plauso all’imprescindibile doppiaggio di Giancarlo Giannini. Esso infatti accresce notevolmente il carisma di Al Pacino. Da menzionare sono anche i bravissimi Agostina Belli, Chris O’ Donnell e Philip Seymour Hoffman. Essi sono riusciti infatti nell’arduo compito di non sfigurare accanto ai due mostri sacri Gassman e Pacino.

Nel corso degli anni Profumo di donna è diventato un vero e proprio cult che ogni cinefilo che si rispetti non può esimersi dal guardare. Mi congedo con il seguente aforisma del compianto scrittore bulgaro Èlias Canetti, aforisma che risulta essere profondamente correlato al significato intrinseco dell’opera in questione: “La cecità è un’arma contro il tempo e lo spazio; la nostra esistenza è tutta una mostruosa cecità tranne quel poco che riusciamo a cogliere con i nostri miseri sensi.”

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