Nel 1975 lo scrittore sardo Gavino Ledda scrive il romanzo Padre padrone: un’autobiografia forte e cruda che non lascia spazio a smancerie e delicatezze. Con altrettanto realismo i fratelli Paolo e Vittorio Taviani nel 1977 trasportano al cinema il libro di Ledda, tratteggiando, con la loro poetica documentaristica e la loro estetica inconfondibile, una storia che parla di radici, di padri e di figli, di duro lavoro e di infanzie spezzate.

Padre padrone (1977), di Paolo e Vittorio Taviani.
Padre padrone (1977). Omero Antonutti e Saverio Marconi in una scena del film.

Perché quello di Ledda è un dramma che inizia da molto lontano e che vede protagonisti la Sardegna e i suoi personaggi. Ancora più da vicino, Padre padrone tratta di un tempo che sembra troppo antico per essere compreso, anche se il Novecento ancora perdura nella nostra cultura e nella nostra storia. Un secolo che non sì è realizzato solo con le guerre, le grandi rivoluzioni o con eventi epocali. Fra queste vicende di portata internazionale, ci sono anche episodi, come quello dello scrittore, più domestici e raccolti, ma non meno importanti e decisivi.

Voi patriarchi avete fatto solo due cose nella vita: ubbidito prima e comandato dopo

Padre padrone (1977)

Padre padrone – La trama

Quando è solo un bambino, Gavino Ledda viene obbligato dal padre, Efisio, a non andare più a scuola. Sarà proprio il severo genitore a portarselo via durante la lezione, dicendo che il suo compito è quello di diventare pastore per aiutarlo nel lavoro. Così, senza un’istruzione, Gavino cresce fra le pecore e la pietraia, diventando conoscitore solo di quel piccolo angolo di mondo. Eppure, nonostante le ristrettezze e gli ordini di Efisio, il ragazzo si sente a disagio, ingabbiato e insoddisfatto. La fisarmonica, ottenuta con la vendita di due agnelli, non placherà il suo desiderio di libertà.

Quando Gavino cerca di uscire da quella terra desolata per andare a lavorare in Germania, viene obbligato dal padre a restare. Solo quando la terra non rende più, Efisio decide di mandare i suoi figli a fare altri lavori. È in questo momento che Gavino può finalmente andarsene. Arrivato sul continente entra nell’esercito, dove impara a leggere e scrivere, ma sebbene il suo desiderio sia quello di continuare gli studi, l’ombra austera e intransigente del padre aleggia sempre sulla sua testa.

Dopo i vent’anni Gavino Ledda ha imparato a scrivere e sulla soglia dei quaranta sente il bisogno di raccontarsi attraverso un romanzo sincero e sublime nel suo realismo. Tuttavia, anche il Padre padrone dei Taviani riesce nel suo intento, trasformando il componimento di Ledda in una fedele e meravigliosa pellicola cinematografica.

Il padre secondo Ledda e i Taviani

Ledda, e in questo caso anche i due registi, parlano di una di un’infanzia interrotta, di un ragazzino che, privato della sua giovinezza e della sua istruzione, è costretto ad agire per volere di un essere superiore, sacro e indiscutibile. Al contempo, sia il romanzo che il film, si concentrano anche sull’altro protagonista. La figura del padre, interpretato da un Omero Antonutti straordinario, è per Gavino un Dio, una divinità solenne e inclemente che comanda, picchia, crea e distrugge.

Padre padrone si potrebbe perciò configurare come una metafora dei nuovi tempi che corrono. Gavino fugge dal padre come un ateo fugge dalla religione, cercando nuovi obiettivi, nuove regole e idee per cui vivere, andando incontro a più ampi orizzonti. Sempre, comunque, con la grande nostalgia e con il desiderio inconfessabile e inconfessato di poter essere capito e amato dal genitore.

Paolo e Vittorio Taviani controllano la scena e i movimenti di Omero Antonutti e Saverio Marconi.

Film terreno, come se ne sono visti tanti nella carriera dei Taviani, qui alle prese con il loro capolavoro. Padre padrone ottenne infatti la Palme d’Or al Festival di Cannes e l’inserimento, a distanza di anni, nella lista del 100 film italiani da salvare. Alla sua uscita fu un vero e proprio evento mondiale, accolto con tutti gli onori anche fuori Italia, dove venne apprezzato da maestri del cinema come Martin Scorsese e Werner Herzog.

Un po’ meno calorosa fu la reazione di alcuni sardi, come quella dell’allora ministro degli interni Francesco Cossiga, che si dissero indignati difronte alla realtà stravolta della Sardegna ad opera dei due fratelli registi. Voci e critiche che, tuttavia, non poterono fare niente contro il successo già avviato di questa pellicola. Successo determinato anche dagli attori.

Interpreti e personaggi

Padre padrone deve molto a Shakespeare. Dopo la scelta di fare interpretare il personaggio di Efisio a Gian Maria Volonté, i Taviani furono costretti a cercare un altro attore, dato che questi era al momento impossibilitato a partecipare. Notato durante un’esibizione dell’opera shakespeariana, Giulio Cesare, Antonutti passò, per la prima volta, dal teatro al cinema, lasciando subito un’interpretazione straordinaria. Forse la più bella di tutta la sua carriera.

Scusi, signorina maestra. Sono venuto a riprenderlo. Mi serve a governare le pecore e a custodirle. È mio.

Omero Antonutti, alias Efisio Ledda

Lo stesso si può dire di Saverio Marconi, che nel film presta il suo volto a Gavino Ledda. Anche il giovane attore romano era nuovo nel cinema, e anche lui scoperto dai registi mentre stava recitando in un’altra opera di Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate. Da notare anche gli altri attori di contorno, come Marcella Michelangeli, un giovanissimo Nanni Moretti e i genuini volti di attori presi dalla strada.

Il vero Gavino Ledda, scruta la poesia dei due fratelli, entrandoci dentro in due scene: la prima, dove si presenta e ha un contatto con Antonutti che si accinge a rivestire i panni di suo padre, e l’ultima, che è quella che chiude il film. Ci sono poi sequenze rimaste ancorate nel nostro immaginario. Una fra tutte, la sequenza iniziale quando Efisio va prendersi Gavino per portarlo a lavorare. Gli altri bambini, che temono la stessa sorte del compagno, iniziano riflettere su quanto è successo, e il loro pensieri, anche quelli più trucidi, riecheggiano in tutta l’aula in un assordante caos di voci.

La scena iniziale del film.

Tale scena sarà poi ripresa nel 2011 dal grande Nanni Moretti nel film Habemus Papam, quando, durante il conclave per eleggere il nuovo pontefice, i pensieri dei cardinali che non vogliono il delicato compito, escono fuori tutti insieme, aleggiando per tutta la Cappella Sistina.

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