Dino Risi, uno dei padri della commedia all’italiana, è considerato un regista influente, apprezzato, riscoperto sempre da nuove schiere di cinefili. Nota è la sua attitudine a passare con grande maestria e leggerezza da un genere all’altro, dal film grottesco al dramma fino al sentimentale; ma sempre con un sguardo cinico rivolto alla società italiana del Boom economico usando icone di quel cinema ormai defunto come Gassman, Sordi e Mastroianni. Su questa stessa linea è Straziami ma di baci saziami, spassosa commedia popolare del 1968 interpretata da Nino Manfredi, Pamela Tiffin e Ugo Tognazzi.

Altra particolarità di Risi è una grande curiosità e attenzione verso la rappresentazione di alcuni regionalismi, ambientando le sue storie in luoghi dove invece altri registi non pensano di girare. Ricordiamo infatti opere del regista ambientate a Venezia, a Milano, Genova o in Sicilia. Straziami ma di baci saziami è collocato invece in un piccolo paese delle Marche, anche se poi la seconda parte della storia si sviluppa a Roma. Perché altra interessante particolarità del regista è la rappresentazione di diversi ceti sociali e ordini che a volte sono presi singolarmente, altre volte invece si fondono e si confondono in un mescolio piacevole ma sempre profondo.

Straziami ma di baci saziami (1968) – La trama

La marchigiana Marisa (Tiffin) e il ciociaro Marino (Manfredi) s’incontrano per caso nella capitale e s’innamorano. Il ragazzo decide di trasferirsi nel paese natale della ragazza per starle vicino e dove inizia a fare il barbiere. Quando sono vicini a fare il grande passo e a sposarsi, a causa di un qui pro quo Marisa lascia Marino e fugge a Roma. Lì trova lavoro presso Umberto Ciceri, un sarto sordo muto che accoglie la ragazza diventandone poco dopo il marito. Marino, che non ha perso la speranza, cerca per tutta la capitale la ragazza ma non trovandola decide di porre fine alle sue sofferenze buttandosi nel Tevere.

All’ospedale Marisa lo va a trovare confessandogli di essersi sposata, ma Marino anche questa volta non vuole demordere. Dopo aver vinto al lotto torna dalla ragazza per convincerla a lasciare Umberto il quale, completamente ignaro di tutto, si affeziona al ragazzo. Fra Marino e Marisa rinasce l’amore ma non potendo viverlo liberamente decidono di escogitare un piano per eliminare Umberto.

Collegando la presa del ferro da stiro a una tanica di benzina l’appartamento del sarto salta in aria, proprio nel momento in cui i due amanti ci avevano ripensato. Giunti all’ospedale trovano un Umberto canterino che ha riacquistato la voce e anche l’udito. A causa di un voto alla madonna fatto dalla madre, il destino del sarto è quello di farsi frate in un convento dove vige la regola del silenzio mentre Marisa e Marino possono finalmente sposarsi.

Ricordate, se tu sei il gigante de Rodi, io non sò il nanetto de Biancaneve! In campana eh!

Dal film Straziami ma di baci saziami (1968)

Simpaticissima commedia retta da un Manfredi esemplare, il quale riesuma il suo vero dialetto, quello ciociaro, per caratterizzare il personaggio di Marino. L’americana Pamela Tiffin, una vera e propria bambolina, prende parte al suo quarto film in Italia e nel ruolo della marchigiana Marisa. La doppiatrice italiana è Flaminia Jandolo, nota per aver prestato la sua voce a moltissime star del cinema come Angela Lansbury e Brigitte Bardot.

Il film è un vero e proprio cineromanzo popolare in cui convergono vari dialetti dell’Italia centrale. Soprattutto è un’opera dove confluisce una verve comica che trova la sua giusta affermazione in Manfredi ma anche nella macchietta del sordomuto fatta da Tognazzi. L’attore cremonese, che si è tante volte trovato a ricoprire ruoli secondari quando il protagonista era Manfredi, molto spesso ha sempre rubato la scena al suo collega romano. Anche qui Tognazzi appare poco in scena, ma quando c’è l’attenzione è tutta su di lui.

A parte i tre protagonisti, Straziami ma di baci saziami è agghindato da altri volti noti del cinema e del teatro; Livio Lorenzon, Checco Durante, Ettore Garofolo, Pietro Tordi nei panni dello zio Arduino e una giovane e formosa Moira Orfei in quelli di Adelaide. Opera in puro stile Risi che si colloca perfettamente nel vasto panorama della commedia nostrana.

Il titolo del film è ripreso da un tango del 1926 intitolato Creola, scritto da Luigi Miglia. “Che bei fiori carnosi Son le donne dell’Avana/ Hanno il sangue torrido Come l’Equador/ Fiori voluttuosi Come coca boliviana…/ Chi di noi s’inebria Ci ripete ogn’or!” (Testo della canzone).

Tognazzi e Manfredi in una scena del film.

Leggi anche: In nome del popolo italiano – Risi, Gassman, Tognazzi e la giustizia.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here