L’ingorgo, gradevole e incisiva opera del 1978 diretta da Luigi Comencini che descrive la crisi e la fine di un’epoca attraverso la quotidiana e cruda metafora di un imbottigliamento automobilistico.

L'ingorgo, anno 1978, di Luigi Comencini.
L’ingorgo (1978)

C’è stato un periodo in cui la satira sociale, di costume e politica era una prerogativa del cinema italiano. Mentre adesso la settima arte, quella nostrana in particolare, è un po’ a corto di argomenti e preferisce non calcare troppo la mano, prima si era lasciata andare a forti critiche nei confronti di una società che aveva vissuto il boom economico e che andava verso un periodo buio, di disordine, di stragi e di perdita di valori rappresentato dagli anni Settanta.

Molti registi, come lo stesso Comencini, hanno saputo azzardare, giocando con la fantasia ma traendo comunque spunto da una situazione socio-economica e politica che andava verso la rovina e l’autodistruzione. In un contesto sociale come questo nasce l’apocalittica parabola stradale de L’ingorgo. Come avvenne per la letteratura, la crisi del romanzo e la scelta del racconto collettivo e generazionale, anche nel cult di Comencini non ci può più essere una sola grande maschera che sappia incarnare in maniera completa e univoca il malessere di un’intera società. Ecco che subentra la coralità; tanti volti, a iniziare da Sordi, Mastroianni e Tognazzi fino ad arrivare a Gerard Depardieu, Ciccio Ingrassia, Fernando Rey, Gianni Cavina e Stefania Sandrelli, per citarne alcuni.

L’ingorgo – La trama

Sulla via Appia Nuova che si ricollega al grande raccordo anulare, un enorme ingorgo costringe le centinaia di macchine a fermarsi. Fra i tanti malcapitati automobilisti ci sono l’avvocato De Benedetti (Sordi), ricco imprenditore con idee socialiste, un famoso attore in declino (Mastroianni), una coppia in crisi, un professore (Tognazzi), una famiglia di Napoli che si deve recare a Roma per fare abortire la figlia più piccola, una hippie e un povero disgraziato in ambulanza che stava per essere trasportato all’ospedale.

Non si saprà mai la causa di questo spiacevole imprevisto, e nelle ore torride che sembrano non scorrere mai l’umanità con tutte le sue sfaccettature viene fuori, mano a mano che il tempo passa inesorabilmente. Qualcuno avrà ancora la forza per un’ultimo disperato gesto di altruismo anche se alla fine sarà l’egoismo e la brutalità di uomini rabbiosi e impazienti a venir fuori, mentre in lontananza, negli attimi fini del film, un cielo plumbeo e una pioggia sempre più fitta fanno annunciano un’apocalisse imminente.

L’automobile, immagine allegorica del progresso e dell’apocalisse

Un’apocalisse all’italiana la potremmo chiamare, dato il contesto culturale, linguistico e paesaggistico in cui è ambientato L’ingorgo. Più che il cellulare, internet o la conquista dello spazio, potremmo dire che il vero simbolo dell’evoluzione tecnologica e sociale del Ventesimo secolo è proprio la macchina. E infatti è proprio all’interno di una vettura che Comencini immagina la fine del mondo: la macchina come rappresentazione allegorica di un progresso e contemporaneamente di un disfacimento. E lo vediamo adesso, con i cambiamenti climatici e con la disperata ricerca di fare qualcosa come la progettazione di macchine elettriche o l’uso di energie rinnovabili.

Tratto dal racconto L’autostrada del sud scritto da Julio Cortazár, L’ingorgo è con molta probabilità uno dei film più belli di Comencini già autore di classici del cinema come Incompreso, A cavallo della tigre, Lo scopone scientifico e Il gatto. In quanto a gli attori, ognuno porta con sé il proprio stile, da quello più famoso al caratterista. Tuttavia è doveroso citare un Sordi che ancora una volta riesce a incarnare i difetti dell’italiano; in questo frangente la natura approfittatrice e individualista dell’uomo d’affari.

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