La fama di Adriano Celentano, oltre che al rock, si lega alla lunga serie di commedie di serie B realizzate insieme a Castellano e Pipolo, tra le quali non mi stanco mai di citare Zio Adolfo in arte Führer (1978). Va detto però che la sua carriera cinematografica si è spinta anche oltre. Il molleggiato ha infatti recitato, scritto e diretto innumerevoli film, dei più disparati generi. Nel 1968 interpreta il protagonista di una commedia di Pietro Germi, Serafino.

Serafino Fiorin è un giovane del villaggio appenninico di Arquata del Tronto. Tornato dal servizio militare a Milano, dal quale era stato riformato per problemi mentali, Serafino diventa pastore del gregge di proprietà dello zio Agenore e della zia Gesuina. Mentre il primo è un avido arricchito, la seconda accoglie il nipote in casa. In poco tempo Serafino intreccia una relazione clandestina con la cugina Lidia, figlia di Agenore, e, nel frattempo, anche con Asmara, madre di quattro figli che si mantiene facendo la prostituta.

Adriano Celentano e Ottavia Piccolo in una scena del film di Pietro Germi
Adriano Celentano e Ottavia Piccolo in una scena del film

Una mattina, al risveglio, Serafino ritrova zia Gesuina morta. Al lutto e al dispiacere del giovane pastore fa da contraltare la frenesia della famiglia dello zio Agenore, tutta intenta a cercare il testamento della defunta. La zia Gesuina è morta infatti senza eredi diretti a cui lasciare la sua fortuna. Quel pezzo di carta diventa importantissimo. Sarà proprio il nostro Serafino l’erede della beneamata zia, non senza grosse rimostranze, anche legali, dall’altra ala della famiglia.

Nel secondo atto di Serafino si trova costretto a dover lottare per poter mantenere la propria indipendenza e libertà. La sua famiglia farà di tutto per sottrargli il controllo del patrimonio ereditato, dall’interdizione per incapacità di intendere e volere, al matrimonio obbligato con la cugina Lucia. Lo stile di vita di Serafino, anticonformista e libero dagli schemi imposti dalla tradizione, viene messo sotto processo, così come i suoi amici e la loro condizione di povertà.

Il film di Pietro Germi non è infatti solo un’allegra commediola basata su una delle più classiche beghe familiari. Serafino racconta le difficoltà di una grande fetta di popolazione dell’Italia del Dopoguerra e rappresenta le difficoltà degli esclusi dal boom economico, costretti a vivere nella miseria nonostante ore e ore di duro lavoro.

Il film racconta però anche un altro lato di quell’Italia. Un lato popolato da arrampicatori sociali pronti a tutto pur di mettere le mani anche su una sola lira in più. Personaggi, come lo zio Agenore, che prosperano nei momenti di crescita economica, passando sopra anche ai rapporti familiari e alla normale decenza pur di accumulare e accumulare. Come un novello Mazzarò lo zio Agenore vuole tutta la roba della sorella. A tutti i costi.

Il sistema Italia nel suo complesso non ne esce meglio, in quanto costruito per punire e reprimere tutti coloro che non si conformano a quanto stabilito dalla prassi comune. Chi condivide i suoi beni con i propri amici invece che sposarsi non può che essere un folle. Dare asilo a una madre di quattro figli, dei quali nessuno di essi è il proprio, è da folli. Come è da folli non riuscire ad adattarsi alla vita della caserma.

Adriano Celentano in una scena di Serafino durante il servizio di leva
Serafino a Milano durante il servizio di leva

Serafino è un folle perché incompreso da una società che comprende solo la gerarchia, l’obbedienza, il conformismo, l’arricchimento e il ligio adempimento del proprio ruolo prestabilito. Serafino è un folle perché vuole godersi gli affetti, l’amore e la bellezza della natura. Serafino è un folle, ma la società in cui è costretto a vivere lo è ancora di più.

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