Vincitore del premio come miglior film agli Oscar 2021, diretto da Chloé Zhao, regista cinese naturalizzata statunitense, Nomadland è il film dell’anno e senza alcun dubbio resterà nella memoria collettiva per parecchio tempo.

Terzo lungometraggio per questa giovane regista, tratto dal libro di Jessica Bruder Nomadland – Un racconto d’inchiesta, uscito nel 2017. Un’opera tutta al femminile: dalle produttrici alla sceneggiatrice, dalla regista alla protagonista. Una storia dove gli uomini non ci sono, e se ci sono non riescono mai ad emergere.

Finalmente: era anche l’ora!

Il film si è portato a casa moltissimi riconoscimenti: dal Leone d’oro al Festival di Venezia, ai Bafta in Inghilterra, per trionfare infine agli Oscar lo scorso aprile. Oltre ai premi rivolti al film e alla regia, è da sottolineare la straordinaria interpretazione, meritevolmente riconosciuta, di Frances McDormand, pilastro dell’intero film. L’attrice, alla sua terza statuetta come miglior attrice protagonista, dopo Fargo e Tre manifesti a Ebbing, Missouri, si colloca definitivamente tra i giganti del cinema mondiale.

Una recitazione consapevole, vera, umana, toccante. Frances McDormand in questo film è vulnerabile: si concede al pubblico, completamente, senza filtri, senza nascondersi; è autentica e cosa più importante si lascia guardare dentro, da vicino, nelle sue debolezze e imperfezioni. Tutto quello che un bravo interprete dovrebbe fare.

Ma di che cosa parla effettivamente questo film? Davvero si ferma a descrivere soltanto la vita dei cosiddetti “nomadi” o forse dietro esiste un significato più sottile? E perché è il film dell’anno?

La trama

La storia, raccontata attraverso una struggente fotografia, ricca di tramonti e paesaggi mozzafiato, narra le vicissitudini della sessantenne Fern, una donna sola e senza figli, che dopo aver perso il marito e il lavoro durante la grande recessione iniziata nel 2007 in seguito alla crisi dei subprime e del mercato immobiliare, decide di attraversare gli Stati Uniti occidentali alla guida di uno sgangherato minivan. Il veicolo, rinominato “Vanguard” e adibito a vera e propria abitazione, da fuori risulta anonimo e decadente, ma dentro nasconde una preziosa umanità, interessante analogia sulla vera natura della protagonista.

Frances McDormand in Nomadland

Fern si sposta da una cittadina all’altra, facendo lavoretti saltuari e conoscendo svariate persone durante il suo cammino. È da sottolineare che molti attori del film sono realmente dei nomadi. La regista, infatti, ha voluto far convivere sullo schermo grandi attori professionisti e persone comuni per rendere autentico il prodotto finale, come in una sorta di documentario.

Fern ha più di un’occasione per lasciare questa condizione di vagante: tramite sua sorella, perfettamente inserita nella società, con lavoro, marito, figli e villetta, ma anche grazie ai vari incontri che la vita gli presenta, come quando conosce Dave, suo spasimante, tra i pochi uomini che il film ci presenta, il quale prova a convincerla a trasferirsi con lui nella casa del figlio. Ma lei costantemente decide sempre di allontanare e di resistere a queste tentazioni.

Ma perché allora persiste con questa scelta di vita, verrebbe da chiedersi? La verità è che noi spettatori siamo intellettualmente troppo distanti da quella scelta di vita, soprattutto perché siamo noi stessi parte di quel sistema, consumista e capitalista, dal quale fugge la nostra protagonista. Noi, consumatori medi, che dedichiamo le nostre vite a mutui e spese folli, siamo complici di quella condizione che spinge molte persone negli anni a vivere come nomadi: non tutti si possono permettere questo stile di vita, anche se sarebbe più corretto dire che non tutti vogliono vivere questo tipo di vita. Soprattutto in America, dove questa realtà è molto più tangibile che dalle nostre parti.

Ed è qui che si nasconde in parte il vero significato politico del film. Ce lo suggerisce anche una frase della protagonista stessa, quando in una scena del film si rivolge alla sorella e al cognato, dicendo: “È strano che incoraggiate le persone a investire tutti i loro risparmi di una vita, ad indebitarsi, solo per comprare una casa che non possono permettersi.” Oppure nelle molte riflessioni che fa, intorno al fuco, Bob Wells, vero nomade, che incontriamo più volte nel corso del film, nelle aree di sosta lungo le infinite strade che affiancano gli epici paesaggi del Nevada, Arizona, Nebraska ecc. Ed è in questi temi che forse sta il vero successo, da parte della critica e dei vari festival, di questa pellicola.

Nomadland (2020)
Un’altra scena di Nomadland, il film di Chloé Zhao

Ma il film non si sofferma soltanto a questo e va ben oltre, tocca un aspetto nuovo che non si ripete in altri film (come ad esempio in Into the wild di Sean Penn, o nel più datato, ma sempre attuale, Easy Rider di Dennis Hopper, ovvero nell’antico sogno della libertà cercata sulla strada o nella natura).

Nomadland vuole affrontare il tema della sofferenza, del lutto, della vita che se ne va, e nella ricerca disperata della solitudine per coltivare il dolore. Dolore che se ne andrebbe, o perlomeno che si confonderebbe, se portato in una vita più ordinaria, fatta di lavoro, abitudini e routine. No, Fern non ci sta, il dolore lei lo vuole tenere con sé, lo vuole coltivare, lo vuole proteggere. E quale modo migliore per non disperderlo, se non portandolo sempre con sé, nella solitudine di un viaggio, lungo le strade di quei posti fatti di natura e spazi sterminati, privi di rumore e distrazioni?

Un finale aperto, che ci ricorda di essere soltanto spettatori, che non possono né giudicare né processare, ma soltanto sbirciare, di nascosto, attraverso lo sguardo della macchina da presa, che fortunatamente, a volte, è al servizio di personaggi veri e di storie umane.

Un film importante che molti di noi aspettavano da tanto tempo.

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