Sono secoli che l’essere umano si pone la seguente domanda: “Esistono gli extraterrestri?” Nel corso degli anni illustri registi hanno provato a dare una risposta realizzando vere e proprie pietre miliari della settima arte. Film come Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T. l’extraterrestre, La guerra dei mondi, Alien e Men in Black sono rimasti nell’immaginario collettivo di milioni di persone. Nel 2016 è il regista Denis Villeneuve a portare sul grande schermo Arrival, una pellicola ipnotica ed inquietante che tratta il tema degli alieni in modo singolare.

La trama di Arrival verte su Louise Banks (Amy Adams), una rinomata linguista che viene assoldata dal governo per far parte di un’equipe istituita al fine di riuscire a comunicare con una specie aliena atterrata in un sito del Montana. Louise nel corso di questa missione instaurerà un profondo rapporto con Ian Donnelly (Jeremy Renner), un fisico teorico facente parte della squadra. Prallelamente alla vicenda si susseguiranno numerosi flashback in cui verrà ripercorsa la breve vita della figlia di Louise, deceduta a dodici anni a causa di una rara patologia.

Il finale è di quelli che non si dimenticano.

Amy Adams in una scena del film

Dopo aver diretto autentici gioiellini come Prisoners e Sicario, Villeneuve firma il suo capolavoro. Arrival è un’opera spiazzante e provocatoria che ricorda allo spettatore l’importanza incontrovertibile della corretta comunicazione tra le diverse etnie. D’altronde, citando il noto scrittore statunitense Ron Hubbard: “La comunicazione è il solvente universale”. In una sequenza molto suggestiva del film infatti i due alieni a cui si rivolgono Louise e Ian invieranno un messaggio interpretabile come “offrire un’arma”. Cosa che indurrà varie nazioni a decidere di attaccare il guscio contenente queste forme di vita soprannaturali con l’intento di distruggerlo. Decisione dettata dal panico che si rivelerà sbagliata in quanto il messaggio risulterà essere innocuo.

Arrival inoltre induce lo spettatore a godersi il momento e a non precluderselo a causa della paura del futuro. Pertinenti a tal proposito risultano essere le seguenti parole del filosofo romano Lucio Anneo Seneca: “La vita è breve: evitiamo, dunque, programmi troppo estesi: ogni giorno, ogni ora ci mostra la nostra nullità e ricorda a noi smemorati, con qualche nuovo argomento, la nostra fragile natura. Allora noi, che facciamo programmi come se la nostra vita fosse eterna, siamo costretti a pensare alla morte. Si volge, infatti, ad attendere il futuro solo chi non sa vivere il presente.”

Amy Adams è sublime nel calarsi nei panni di questa predestinata a cui tocca l’arduo compito di fare da fil rouge tra i terrestri e gli extraterrestri. La Adams suggella tutto il suo smisurato talento multiforme mettendosi totalmente al servizio del copione: regala al pubblico una performance misurata e intensa al tempo stesso che collima con quella offerta agli spettatori nel bellissimo Animali notturni di Tom Ford. Lo stesso Donnelly se la cava egregiamente nel tratteggiare un sognatore che non ha mai smesso di credere nell’amore. Da menzionare infine il talentuoso Forest Whitaker nei panni del colonnello Weber, il comandante della squadra.

Basato sul racconto Storia della tua vita di Ted Chiang, Arrival è stato un successo sia di critica che di pubblico. Siamo di fronte ad un imperdibile thriller fantascientifico da vedere e rivedere che s’interroga sul senso della vita e della morte sognando un futuro dal linguaggio palindromico.

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