Dopo Mean Street, primo vero successo del 1973, Martin Scorsese entra a piè pari nel mondo del cinema. Nel 1976 con Taxi Driver s’impone come regista di culto, diventando ben presto uno dei padri della New Hollywood e uno dei cineasti più influenti di sempre. Del 1974 è il documentario Italianamerican che potremmo leggere come un’estensione dell’esperienza visiva di Mean Street; ma anche come un saggio sull’evoluzione dell’immigrato italiano che precede e apre la strada ai grandi classici della sua vasta filmografia.

Martin Scorsese con i genitori Charles e Catherine.

Toro Scatenato, Quei bravi ragazzi, Gangs of New York, persino il recente The Irishman, sono classici indimenticabili del cinema scorsesiano, accomunati tutti dal profondo interesse che il piccoletto ha sempre riposto nei confronti di temi a lui cari. Temi come la religione, la violenza istintiva e animalesca, la malavita (specialmente quella italo-americana), la vita nei quartieri malfamati, la filosofia della strada, la famiglia e gli affetti, a volte spezzati e inquinati dalle follie umane, altre volte invece accomunate e accettate.

“Io non voglio essere il prodotto del mio ambiente. Voglio che il mio ambiente sia un mio prodotto”. Le battute pronunciate da Jack Nicholson, alias Frank Costello, in The Departed (2006), possono riassumere i cinquant’anni di carriera di un grande autore come Scorsese. Un documentario come Italianamerican permette soprattutto di osservare più da vicino il mondo dal quale Scorsese proviene; mondo che ha cercato in modi diversi di riportare sul grande schermo.

Uno di questi modi è sicuramente l’aver usato i suoi stessi genitori come attori in molti dei suoi film. Charles e Catherine Scorsese, che nelle opere del figlio trasmettono realismo alle vicende narrate, anche se solo in sequenze brevi, in Italianamerican sono i veri protagonisti di un documentario che racconta gli italo americani di New York. Gli Scorsese riportano la loro esperienza di vita, di italiani e di americani, attraverso una comunicazione schietta e naturale; si è sempre in famiglia nelle opere di Martin Scorsese.

L’italoamericano, diviso fra il piccolo stivale e la grande America

Se Il mio viaggio in Italia raccontava il cinema che ha ispirato il regista, quello neorealista di Rossellini e De Sica o quello di Visconti e Fellini, Italianamerican parla della sua natura divisa, un pò isolata in mezzo all’Atlantico, a cavallo fra la piccola penisola a forma di stivale e l’immensa America. Il documentario riprende la famiglia Scorsese all’interno del loro appartamento situato a Elizabeth Street. Fra battute, racconti amari, ironici e drammatici, e la cucina di Catherine, questo film è un documento storico che ripercorre la vicenda degli immigrati negli Stati Uniti; dal loro primo impatto con la cultura anglosassone fino alla seconda guerra mondiale, dalla precarietà di vita degli stranieri in abitazioni di fortuna fino al grande lavoro svolto da queste persone nella crescita sociale ed economica del paese.

Seduti sul piccolo divano in salotto gli sguardi e le parole di Catherine e Charlie travolgono lo spettatore. Italianamerican si svolge sempre all’interno di una piccola ma calda dimensione domestica, facendo sentire a casa qualsiasi italiano, qualsiasi immigrato. Il film di Scorsese è un anticipatore di tutto ciò che è venuto dopo. Senza servirsi di attori feticcio come De Niro, Keitel o Pesci, il regista e i genitori parlano direttamente a tutte quelle persone che negli Stati Uniti hanno trovato la possibilità di rifarsi una vita. A episodi di vita quotidiana, alle ricette, ai viaggi fatti nella madre patria, c’è anche una critica doppia all’America e all’Italia.

L’Italia, quella dei primi del ‘900, che non ha saputo soddisfare i bisogni dei suoi figli, ne ha lasciati andare a milioni. Fra questi, anche gli eredi di “Cosa Nostra”; persino loro in America hanno trovato fortuna. E’ proprio su questi immigrati e sulle loro efferatezze che Scorsese ha in parte costruito la sua estetica e la sua poetica.

“Niente cibo, niente casa, dormivamo a poco sotto i ponti.  Ma nonostante tutto siamo italoamericani! E siamo qui”

Catherine Scorsese

Eppure, anche l’America ha avuto le sue colpe. La marginalizzazione degli immigrati nei quartieri poveri e la paura instaurata nei confronti degli stranieri che ha portato ad anni e anni di isolamenti, ripercussioni, incarcerazioni e processi. Ma gli Stati Uniti sono stati sempre la terra delle opportunità ed è questo che la famiglia Scorsese alla fine del film sottolinea.

Leggi anche: Il mio viaggio in Italia – Un documentario di Martin Scorsese.

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