La spiaggia è un film in ferraniacolor del 1954 diretto da Alberto Lattuada e inserito tra i 100 film italiani da salvare.

Anna Maria Mentorsi, una giovane quanto affascinante prostituta interpretata da Martine Carol, si reca in vacanza in Liguria con la figlia Caterina, che non vede da più di un anno e che, a fine vacanza, dovrà portare in collegio.

Durante il viaggio in treno Anna Maria e Caterina conoscono Silvio, un uomo elegante che sconsiglia loro di scendere a Terrazzi, come inizialmente previsto e di fermarsi a Pontorno. L’uomo, si scoprirà poi essere il sindaco di Pontorno, in cerca di far crescere, migliorare e portare benessere alla sua città, anche sottraendo clienti alle città vicine.

L’unico hotel rimasto libero è il più caro ed elegante della città. Anna Maria e Caterina arrivano in carrozza, avvolte dalla bellezza e dal mistero. La donna, dalle sembianze fini ed eleganti, viene subito scambiata per una ricca vedova e viene accolta immediatamente dalla società.

Marine Carol nel La spiaggia di Alberto Lattuada (1954)
Marine Carol nel La spiaggia di Alberto Lattuada (1954)

Gli ospiti sono tutti signorotti eleganti, ben vestiti, attenti alle apparenze. Su tutti spicca il signor Albertocchi, dei frigoriferi Albertocchi, un uomo ricco che non ne ha mai abbastanza interpretato da Mario Carotenuto, venuto in vacanza non per rilassarsi, ma per attirare, fallendo, l’attenzione del miliardario Chiastrino, nella speranza di migliorare ancora di più la sua condizione agiata ma infelice. Anche la moglie del signor Albertocchi, donna arrivista e con la puzza sotto il naso, desidera avere sempre più, tanto che, quando ad Anna Maria volano via dei soldi, subito si affretta a raccogliere una banconota e, con nonchalance, a nasconderla nella propria borsetta.

Gli ospiti dell’hotel sono i primi a predicare bene e razzolare male. Sempre pronti a giudicare, a squadrare e a sparlare, in piedi sul loro piedistallo di cristallo. Ma questo è un piedistallo costruito sulle falsità, sull’ipocrisia, sull’inganno verso gli altri e, soprattutto, verso se stessi.

E allora le belle signore passeggiano lungo il bagnasciuga piene di soldi ma con il cuore vuoto, ammettendo con rammarico di non vedere abbastanza il proprio marito, ma che, almeno, possono sfruttarne le ricchezze. Oppure, c’è chi si consola, in attesa del proprio coniuge, baciando giovani aitanti sulla sabbia bianca.

E portavoce dell’ipocrisia si farà, per un brevissimo ma significante istante, sprazzo di quei lampi di genialità e arguzia che caratterizzano il film, la voce candida e innocente di un bambino. E’ il figlio del signor Albertocchi, che sulla banchina di una ferrovia in attesa dei vari uomini d’affari pronti a ricongiungersi alle proprie mogli per il fine settimana, chiederà:

“Papà, Marco mi ha detto che il treno dei mariti ha le corna, che vuol dire?”.

Per Anna Maria, invece, la situazione si fa sempre più complicata e il segreto non può durare a lungo. Non appena la verità viene a galla si crea letteralmente il vuoto intorno alla donna e sua figlia. Caterina, che un secondo prima se ne stava allegra a giocare con i suoi amici, in un attimo confuso e confusionario vede le mani di decine di mamme scagliarsi violentemente sui propri figli strattonandoli via, lontano da lei.

E la piccola, poverina, che non sa nulla e ancora non può capire certe dinamiche del mondo, si ritrova sola senza un apparente perchè, vedendo il nulla intorno a sé e sentendo il vuoto dentro sé.

Anna Maria viene cacciata dall’hotel. L’unico che le rimane accanto è Silvio che, andando oltre le apparenze, cercherà di aiutare la donna cercandole un lavoro che le permetta di cambiare vita. Ma ormai la notizia si è diffusa e nessuno vuole avere a che fare con una donna come lei, rovinerebbe gli affari.

Così, per quanto di nobile animo, Anna Maria è costretta ad abbandonare Silvio, aggrappandosi all’unico appiglio che le resta: il braccio del milionario Chiastrino.

Immediatamente Anna Maria è di nuovo socialmente riabilitata: al fianco del miliardario tutti la salutano e in hotel le ridanno persino una camera. Ma come le farà notare l’uomo, la gente non saluta loro (e non ama loro) ma i miliardi.

Anna Maria, alla fine del film, sembra aver incontrato il suo nuovo e triste (?) destino: sposare i soldi per sposare la dignità.

Il film non è una banale commedia di costume, come è stata semplicisticamente definita da critici poco attenti. La spiaggia, infatti, si riassume perfettamente nelle parole del regista che, parlando della pellicola ha affermato che:

«C’era in quel film la voglia di rovesciare di nuovo certi falsi valori. Analizziamo allora una puttana. Mettiamola vicino alle signore cosiddette perbene e che, viceversa, scopano tutta la settimana e poi il sabato ricevono il marito al mare. Ma fanno l’ostracismo a quella che è siglata puttana. E, al di sopra di questo verminaio, il miliardario… È la battaglia contro l’ipocrisia che mi è stata sempre a cuore. Che talvolta appare nei miei film e talvolta non è tanto evidente, perché scorre come una vena sotterranea. Come la vena erotica. Si tratta di scovarle.»

Se a primo acchito può mettere un po’ pensiero imbattersi in una produzione del 1954, fidatevi che ne vale assolutamente la pena. La tematica oggi è di una versatilità incredibile: da un lato potrebbe suonare come un qualcosa di visto e rivisto, di già sentito, di stereotipato. Dall’altro, però, non si può non ammettere che un film di sessantasette anni fa sia ancora un nitido specchio nel quale far specchiare la nostra società.

La spiaggia è uno dei cento film italiani da salvare, sicuramente a ragione.

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