Scritto e diretto da Ermanno Olmi, L’Albero degli zoccoli è il principale capolavoro del regista lombardo, che attraverso una narrazione corale nostalgica e malinconica offre allo spettatore un realistico spaccato di vita della classe contadina bergamasca di fine ‘800.

L’Albero degli zoccoli – C’era una volta…

Il film ha inizio con i paesaggi tipici della campagna bergamasca: i campi coltivati, le dighe sul fiume e la cascina dove vivono le famiglie di contadini incaricati di lavorare la terra. È proprio la campagna la vera protagonista del film, una scenografia che non si limita a fare da sfondo alle vicende dei personaggi, ma interagisce con loro, raccontando allo spettatore di una realtà rurale dove l’uomo non dominava sulla natura, bensì conviveva con essa. Non è facile al giorno d’oggi immaginare quanto fosse diversa la vita di allora, ed è per questo che Olmi si concentra sulla piccola comunità che abita la cascina. Una comunità composta da nuclei familiari diversi fra loro per numero e per componenti, accomunati però dallo stile di vita povero e semplice. La narrazione si compone di 4 episodi che si intrecciano fra loro mantenendo però la propria autonomia narrativa, facendo coincidere l’apice di ogni storia con una diversa stagione. L’obiettivo del regista è quello di raccontare una realtà scomparsa ormai da tempo, riportando eventi che, per l’epoca, erano piuttosto comuni: il timido corteggiamento fra due giovani amanti, la continua lotta alla fame e il dispotismo dei proprietari terrieri nei confronti della classe contadina. La narrazione si svolge con una particolare attenzione ai dettagli, che si mostra non solo nella messa in scena della routine dei protagonisti o nella fugace sequenza ambientata a Milano durante i moti dell’89, ma anche nella scelta del regista di ingaggiare persone comuni provenienti da quella regione.

Maddalena e Stefano durante il loro viaggio a Milano incrociano i manifestanti arrestati.

Non mancano gli episodi (per così dire) fantastici, che vengono usati come pretesto per mostrare la superstizione ed il misticismo presenti nella cultura agricola di quegli anni. Al giorno d’oggi sembrano gesti ingenui, ma dobbiamo ricordare che in un contesto come quello, dove il tempo è scandito esclusivamente dal passare delle stagioni e dalla natura che cambia, dove per far fronte alle malattie si ha solo dell’acqua calda e le preghiere, la percezione di ogni elemento del reale cambia e si trasforma. Così facendo l’opera di Olmi assume un carattere antropologico ma soprattutto personale, perché frutto dei racconti che la nonna faceva al regista da bambino.

La vedova Runc in preghiera.

L’Albero degli zoccoli – Echi manzoniani

L’influenza della fede cattolica nell’opera di Olmi è molto forte e si manifesta più volte: al termine della giornata lavorativa, quando i protagonisti recitano le preghiere prima di addormentarsi, o nella pratica della carità verso i mendicanti, gesto che assume un valore smisurato se si considerano le condizioni di povertà in cui si trovano i personaggi. In linea con la fede cattolica del regista è la poetica Manzoniana, presente nel miracolo della guarigione della mucca della vedova Runc ma soprattutto nella sequenza in cui Maddalena viaggia sul battello per raggiungere Milano. Il comportamento remissivo della protagonista e l’uso delle inquadrature per sottolineare la bellezza di quei luoghi richiamano alla mente il celebre passo dei Promessi Sposi che vede la protagonista dire addio a alla sua terra prima di partire. Nonostante nel corso della narrazione la divina provvidenza si manifesti più volte, Olmi decide di concludere l’opera con una nota triste e dolorosa, necessaria per comprendere appieno la difficoltà e la miseria insita nella vita di queste persone.

L’Albero degli zoccoli si può definire un’opera ibrida, una sorta di Amarcord bucolico e manzoniano con una fortissima componente documentaristica, un film capace di immergere in una realtà ormai scomparsa, lontana dal comfort del progresso. E se lo sviluppo tecnologico ci ha tolto il peso di una vita dura ed ostica, ha portato via anche l’aspetto semplice ma allo stesso tempo fiabesco di quell’epoca.

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