A 29 anni dalla sua prima apparizione sullo schermo Candyman torna in sala sotto la direzione della regista newyorkese Nia DaCosta, in un film prodotto da Jordan Peele. Il regista di Get Out (2017) e Us (2019) ha curato anche la sceneggiatura di Candyman, insieme alla stessa regista e a Win Rosenfeld.

Anche questo lavoro, come i precedenti film che hanno visto in qualche modo la partecipazione di Jordan Peele -tra i quali il Blackkklansman di Spike Lee, si infila nella riflessione sulla razza e il razzismo negli Stati Uniti.

Candyman – La trama

Siamo a Chicago e Anthony McCoy è un artista che vive insieme alla sua compagna, Brianna Cartwright, direttrice di una galleria d’arte. Una sera, il fratello di lei, ospite a cena con il suo fidanzato, racconta la storia di Helen Lyle, una ricercatrice universitaria bianca che cercò di uccidere un bambino nel quartiere popolare a maggioranza nera di Cabrini Green, finendo per bruciare in un falò mentre i residenti salvarono il piccolo.

Yahya Abdul-Mateen è Anthony McCoy

Anthony, in piena crisi creativa, rimane affascinato da questa storia e decide di lavorarci nei giorni successivi. Anthony viaggia così per l’abbonato quartiere di Cabrini Green, prossimo a subire una massiccia riqualificazione, in cerca di ispirazione. Durante la sua ricerca incontra William Burke, proprietario di una lavanderia che gli racconta la leggenda di Candyman.

Lo stesso Burke, quando era bambino, si imbatté in Sherman Fields, un uomo nero con un uncino al posto della mano ritenuto responsabile dalla polizia di aver inserito una lametta di un rasoio in una caramella consegnata ad una ragazza bianca. Spaventato, il giovanissimo William ha attirato la polizia nel nascondiglio di Sherman che è stato poi picchiato a morte.

Le lamette da barba nelle caramelle hanno però continuato ad apparire, scagionando Sherman. Nonostante questo, la leggenda vuole che in seguito, se si pronuncia per cinque volte davanti ad uno specchio la parola Candyman apparirà lo spirito del defunto Sherman nel riflesso il quale ucciderà chiunque lo abbia evocato.

Anthony rimane fortemente colpito dalla leggenda e decide di realizzare sul tema un’opera d’arte da esporre nella galleria della compagna. È l’inizio del ritorno di Candyman.

Tra razzismo sistemico e gentrificazione

Come in tutte le opere in cui Jordan Peele mette lo zampino, anche il Candyman di Nia DaCosta affronta in pieno il tema del razzismo sistemico che affligge la comunità afroamericana. La maledizione di Candyman nasce infatti da un linciaggio compiuto su un pittore nero alla fine del diciannovesimo secolo a causa del suo amore per la ragazza bianca di cui gli era stato commissionato il dipinto.

La storia di Candyman getta le sue radici quindi nel sanguinoso e violento passato ricolmo d’odio degli Stati Uniti. Passato che ancora oggi continua a riflettersi nella società americana. Il Candyman che appare nel film di DaCosta non è solo uno spirito vendicativo e maligno, ma assume i contorni di un sinistro difensore della comunità nera dai soprusi della discriminazione razziale.

I protagonisti di questo nuovo capitolo della saga nata dal soggetto di Clive Barker sono però tutti appartenenti ad una classe agiata e istruita, che vive lontano dal passato di segregazione ed edilizia popolare di Cabrini Green. Vivono lontano da quell’idea di comunità unita e che si proteggeva a vicenda l’uno con l’altro, in nuovi complessi residenziali frutto di quella gentrificazione che ha disgregato le precedenti comunità.

La storia va avanti. La ricchezza però non protegge dal razzismo e dalla sua violenza. E la stessa storia americana lo insegna, con fiorenti comunità nere distrutte e disperse nel corso dei secoli. Bisogna farsi forza all’interno della comunità, e non lasciare nessuno indietro.

Non bisogna dimenticarsi di chi in quelle case popolari ci vive ancora.

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