Dopo Lo chiamavano Jeeg Robot, il regista Gabriele Mainetti aspetta qualche anno prima di tornare dietro la macchina da presa; il tempo necessario per preparare un secondo emozionante film. Freaks Out, uscito nelle sale cinematografiche il 28 ottobre 2021, è l’opera che ufficialmente fa di Mainetti un regista italiano capace di sfruttare nuovi generi: il genere action, quello d’avventura e il fantasy. 

Freaks Out (2021)

Presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Freaks Out ha già lacerato in due, critica e pubblico. A metà strada tra il film d’avventura, la commedia, il dramma, l’avventura e il film di guerra, l’opera in questione è da una parte estremamente italica, per le tematiche scelte e sviluppate; la guerra partigiana, l’8 settembre, i bombardamenti della città di Roma e i rastrellamenti. Dall’altra, l’enorme e anche insolito impiego di effetti speciali fa di questo film un prodotto più internazionale e soprattutto accattivante.

Eppure, dietro a questa Armata Brancaleone fantascientifica, si nasconde anche un velo di insoddisfazione da parte dello spettatore, una forte delusione che purtroppo tradisce un po’ le aspettative e congela Freaks Out come una pellicola carina e gustosa, sorprendentemente ben curata dal punto di vista registico ed estetico (di livello superiore al film precedente). Tuttavia, sul piano narrativo c’è qualcosa che non va.

La trama di Freaks Out (2021)

Freaks Out (2021).
(Da sinistra) Aurora Giovinazzo, Giancarlo Martini, Claudio Santamaria e Pietro Castellitto.

Un gruppo di fenomeni da baraccone del circo Mezzapiotta, guidati dal circense Israel, è costretto ad andarsene da Roma dopo il bombardamento della città da parte degli alleati e i continui rastrellamenti da parte dei nazisti. Tuttavia, quando Israel lascia i suoi compari per recarsi in città ad acquistare i biglietti per l’America, non vedendolo più tornare, i quattro, Fulvio, Cencio, Matilde e Mario, decidono di andarlo a cercare, pur sapendo a cosa vanno incontro.

In quello stesso momento, al Zirkus Berlin, accampatosi alle porte di Roma, Franz, un pianista con dodici dita, fratello di un SS, ha il dono di vedere il futuro e dopo aver visto la tragica fine della Germania nazista e del suo Führer, capta dell’altro; quattro individui con superpoteri che potrebbero aiutare i tedeschi a vincere la guerra. Per questo motivo Franz si metterà alla disperata ricerca di questi uomini straordinari, con la speranza di aggiudicarsi un posto d’onore nella Germania di Hitler.

Sulla strada dei supereroi

Una scena del film.

Sulla scia de Lo chiamavano Jeeg Robot, Freaks Out rimette in gioco la figura del supereroe, ma ora ci sono ben quattro individui dotati di superpoteri. C’è Fulvio, l’uomo lupo che ha il dono della forza, Mario, un nano un po’ maniaco ma che riesce ad attirare a sé materiali ferrosi come una calamita; c’è Cencio, un ragazzo albino che ha il potere di controllare gli insetti e infine la giovane Matilde. La ragazza, pupilla di Israel, emette dal suo corpo energia elettrica, ma solo più tardi, nei momenti salienti del film, imparerà a controllare tale forza e ad usarla a suo piacere.

Israel è l’unico normale e per questo decide di prenderli con sé nel suo circo; del resto, fuori dal tendone non sarebbero altro che mostri. Se L’arma finale del Dottor Goebbels era la televisione, secondo il fumetto Sturmtruppen, creato da Bonvi, l’arma finale del perfido Franz dovrebbero essere costituita dai quattro fenomeni da baraccone. Eppure, anche lui è di per sé un super uomo, capace di vedere eventi e nuove scoperte del futuro. Tuttavia, è proprio questa sua capacità a renderlo cieco difronte al presente, mentre gli altri personaggi cercano di andare avanti attraverso le migliori intenzioni.

Mainetti rimette in piedi, anche, in un contesto spettacolare e terribile come è stato quello della seconda guerra mondiale, il principio di fraternità che c’è fra i circensi, di ogni grado e categoria. I lavoratori del circo Mezzapiotta, infatti, sono supereroi si, ma per prima cosa sono i cosiddetti “fenomeni da baraccone”, e sebbene questa definizione possa sembrare troppo denigratoria, Mainetti la traduce e la espone nel suo significato più universale e umano. Raccogliendo spunti qua e là, da cult del cinema come La strada di Fellini e The Elephant Man, il regista dà agli storti, ai troppo bassi e ai troppo alti, il titolo di meravigliosi essere umani, belli e interessanti per quello che sono e non tanto per quello che dovrebbero essere. Mainetti ambienta la storia nel momento più buio del Novecento, nell’era nazi-fascista proprio per sottolineare il messaggio di fratellanza e molteplicità.

Una violenza esasperata e un pizzico di omertà

Freaks Out (2021).
Franz Rogowski è Franz in una scena di Freaks Out.

Dalla prima all’ultima scena, la regia di Mainetti riesce davvero a rapire, attraverso un impiego travolgente di effetti speciali che lasciano di sicuro il segno nel cinema italiano. Un cinema che, salvo alcune opere di registi già rinomati, era, almeno fino a qualche tempo fa, in costante decadenza e quasi del tutto trapassato.

Mainetti, come altri giovani cineasti, stanno cercando di svecchiare il cinema nostrano con generi e mezzi che prima non erano presi in considerazione. Tuttavia, la seconda opera di Mainetti, nonostante il forte impatto estetico, delude sotto quello narrativo; la pellicola, infatti, si presenta come un potpourri di generi e di sequenze che cozzano tra loro e rendono il tutto un sogno iperattivo del regista e dello sceneggiatore.

Partendo dall’aspetto storico, Freaks Out è ambientato nella Roma post 8 settembre e quindi completamente in balia dei nazisti. Quest’ultimi, ritratti sempre come bestie feroci e inclementi, diventano i nemici numero uno dei quattro protagonisti; un po’ come i nemici di Indiana Jones, che poi sarebbero sempre i nazisti. I nazisti, che secondo la visione di Mainetti, sarebbero i veri cattivi e gli unici colpevoli, vengono ritratti come vili saccheggiatori o folli cercatori di una qualche arma capace di annientare le altre potenze. Il legame con il personaggio dell’archeologo di Spielberg è forte.

Ma la domanda sorge spontanea: e i fascisti? Che fine hanno fatto i servi più viscidi di Hitler che nel film vengono citati una volta sola? Mainetti, forse, confonde realtà e fantasia, trasformando l’Italia della guerra come una nazione di sole persone buone e di vittime senza macchia e senza peccato. Liquida con facilità le nostre colpe e il fascista diventa una figura marginale, quasi inesistente, per concentrarsi solo sulle barbarie naziste.

Con un piccolo e breve cameo di Bella Ciao, cantata dal capo di un gruppo di partigiani storpi e mutilati, Mainetti soffoca quel realismo che non avrebbe fatto poi così male alla sua storia, trasformando personaggi e azioni nella sagra della macchietta. I tedeschi sono tutti malvagi, gli italiani tutti buoni e tutti eroi, compresi i quattro supereroi e il loro capo Israel. Mainetti e lo sceneggiatore Nicola Guaglianone entrano nel grottesco ma ne escono quasi subito, probabilmente per timore di essere troppo cinici. Il film, inoltre, punta su una descrizione esasperata della violenza accostata ad immagini e a battute che spesso cozzano fra loro. E alla fine c’è il lieto fine che smorza quella tensione accumulata nelle scene precedenti e tutto si conclude in un blando scambio di battute.

Interpreti e personaggi

Regista e attori durante la lavorazione.

L’ultimo film di Mainetti è più ambiguo del precedente sotto molti punti di vista; eppure, non è un film da scartare, anzi. Se il cinema italiano avrà la possibilità di rialzarsi e di tornare alla ribalta, sarà proprio grazie ad opere come questa che potrà farlo. Freaks Out, nonostante tutto, è l’esempio lampante di uno sforzo, di una ricerca di idee originali che possano restituire agli ormai allettati consumatori di film e telefilm, la spinta per tornare al cinema, nel buio di una sala.

Come per i suoi personaggi, goffi e mostruosi, anche Mainetti avrebbe potuto (dovuto) schiacciare l’acceleratore verso una trama e un finale molto più grotteschi, cinici e nostrani. Al contrario, il regista preferisce dare al film un aspetto più dolce, fiabesco, strampalato e sconnesso in alcuni suoi punti, ma in generale estremamente dolciastro.

Peccato, perché gli attori scelti per interpretare i personaggi principali, ma anche quelli secondari, sono impeccabili. L’eterogeneità accomuna il cast, che comprende attori come Claudio Santamaria, che torna in un film di Mainetti stavolta nei panni di Fulvio, Giorgio Tirabassi in quelli del vecchio ebreo Israel e Max Mazzotta nella parte del partigiano gobbo. Fra gli attori più giovani e meno noti c’è Aurora Giovinazzo, Pietro Castellitto, Franz Rogowski e Giancarlo Martini.

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