La Grande Bellezza è un film del 2013 co-scritto e diretto da Paolo Sorrentino con sceneggiatura dello stesso regista in collaborazione con Umberto Contarello.

Ha vinto l’Oscar come miglior film straniero,oltre ad essere stato presentato in concorso al Festival di Cannes del 2013, aver ottenuto l’anno seguente il Golden Globe e il BAFTA, quattro European Film Awards, nove David di Donatello su diciotto ai quali era candidato,cinque Nastri d’argento e altri innumerevoli premi internazionali.

Il film si apre con una citazione da Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, che funge da chiave di lettura introduttiva per il “viaggio” raccontato nel film:

«Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato, è un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non si sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi, è dall’altra parte della vita».

La Grande Bellezza è una storia che prende vita tramite la voce e gli occhi di Jep Gambardella, giornalista navigato e affascinante critico d’arte che, in passato, si era guadagnato grande rispetto e notorietà grazie alla pubblicazione del suo unico libro “L’apparato Umano”. Jep, sebbene nelle sue vene scorra ancora la volontà di essere scrittore, si trova vittima di un blocco e, dal suo arrivo a Roma dalla Campania all’età di ventisei anni, lo scopo della sua esistenza si è gradualmente appiattito, fino ad arrivare alla ricerca dell’apparenza, della vanità, della mondanità. Jep, infatti, dichiara di non voler diventare un mondano qualsiasi ma “il re dei mondani”.

«Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani. E ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire».

Toni Servillo in una scena del film.

Un giorno, il flusso di feste, salotti e insipidità che compongono la vita di Jep subiscono una prima battuta d’arresto. Di ritorno da uno di quei tanti teatrini di vita sottoforma di festa, vano riempimento del vuoto esistenziale, davanti al portone di casa propria, Jep incontro il marito di Elisa, suo unico vero amore. Questo gli comunica che la donna è morta. Ma quello che scalfisce la pesante corazza di vuoto di Jep, è una rivelazione che l’uomo gli fa, ovvero l’aver violato il diario segreto della moglie. Tra quelle pagine l’uomo ha scoperto di essere sempre stato “solo un buon compagno”, mentre Jep l’inarrivabile grande amore.

Questo episodio, unito all’avvicinarsi del suo sessantacinquesimo compleanno, porta Jep a riconsiderare la propria esistenza, a riflettere su quello che aveva e su quello che avrebbe voluto realmente avere. E allora tutto viene messo in dubbio e gli attori che ruotano intorno alla vita di Jep vengono messi a nudo. Tutta quella magnificenza. Tutto quel sembrare incredibilmente in cielo quando invece erano già sepolti sotto terra. Anche il circolo sociale e relazionale piano piano si spezza. Romano, scrittore teatrale mai pienamente realizzato, abbandona Roma salutando solo Jep, troppo deluso dagli inganni della città eterna. Viola, dopo il suicidio del figlio, donerà tutti i suoi beni alla Chiesa Cattolica per poi diventare una missionaria. Stefania, egocentrica scrittrice radical-chich, abbandonerà il circolo di Jep, dopo che questo le avrà sbattuto la verità dei fatti malamente in faccia.

E lì, un pensiero flebile e nascosto, inizia a farsi strada, sempre più potente.La volontà di scrivere stava nuovamente alzando la sua voce, pregando di diventare possibilità,contrastata però da un’altra consapevolezza.

«Mi chiedono perché non ho più scritto un libro. Ma guarda qua attorno. Queste facce. Questa città, questa gente. Questa è la mia vita: il nulla. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io?». Sembra il segno di un fallimento durato un’intera vita: «Ho cercato la grande bellezza e non l’ho trovata» dice il protagonista.

Nonostante tutto, dopo questo viaggio travagliato, proprio durante un altro tipo di viaggio, si apre una speranza. Recatosi all’isola del Giglio per un reportage sulla Costa Concordia, Jep ricorda il suo primo incontro con Elisa, e da lì, come in un incontro carnale, viene concepita l’idea per il suo nuovo libro.

Il film si chiude sull’alba romana, con Jep che, finalmente, sorride sereno sulle note di The Beatitudes di Martynov.

Palese nel corso della pellicola è il richiamo a Kirkegaard e ai suoi tre stadi dell’esistenza, che culminano nel religioso, davanti al cospetto di Dio, in religioso silenzio e con lo spogliarsi, come il santo d’Assisi, di ogni bugia ed illusione.

La grande bellezza de La grande bellezza sta proprio nel raccontare una quotidianità vera ma falsa, lo scorrere dell’esistenza, catapultata in un mondo di lusso ed estetica, di bellezza che in realtà è decadenza, di ricchezza che però è povertà, di un vuoto che nessun inganno può colmare, di un palcoscenico sul quale necessariamente dovrà calare il sipario.

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