Celebriamo una delle commedie più famose di tutta la storia del teatro, quello napoletano soprattutto. Miseria e nobiltà è forse il canto del cigno nella lunga carriera di Eduardo Scarpetta, grande genio e rivoluzionario del teatro, attivo a Napoli tra il 1870 e gli anni Venti del ‘900. A lui si devono opere immortali quali Na santarella, Tre calzoni fortunati e Lu curaggio de nu pumpiero napulitano.

Miseria e nobiltà, forse la più famosa commedia di Eduardo Scarpetta.
Eduardo Scarpetta (Napoli, 12 marzo 1853 – Napoli, 29 novembre 1925)

Tuttavia, fra le varie commedie e trasposizioni, l’opera che rappresenta non solo il teatro scarpettiano ma, in generale, quello napoletano, è proprio Miseria e nobiltà. Come dirà Eduardo De Filippo, illegittimo figlio di Scarpetta assieme ai fratelli Peppino e Titina, Miseria e nobiltà è stata ed è la pedana di lancio di moltissimi attori dialettali. Scritta nel 1887 la commedia fu infatti realizzata da Scarpetta per il suo secondogenito Vincenzo, il quale iniziò a recitare a sette anni e proprio in questa commedia.

Il medesimo battesimo lo avranno altrettanti attori e comici napoletani e così anche lo stesso Eduardo De Filippo, colui che, dopo Scarpetta, è considerato l’altro grande innovatore del teatro. Tuttavia, anche per Eduardo ci fu un lungo periodo di gavetta al servizio prima del padre e poi del fratellastro Vincenzo e anche per lui Miseria e nobiltà fu la primissima rappresentazione alla quale prese parte e alla quale prenderà parte anche suo figlio Luca.

Insomma, possiamo dire che la commedia in questione si considerava come un vero e proprio rito di iniziazione e la parte del piccolo Peppiniello il primo ruolo per antonomasia; dopo si diventava uomini e quindi attori in carne ed ossa. Miseria e nobiltà, nota in tutta Italia e all’estero, è perciò il simbolo di un tipo di teatro che caratterizza gli ultimi anni dell’Ottocento, quelli della Belle Époque, ma che caratterizzava anche quell’eterna barriera che esisteva e che esiste tutt’ora fra le classi agiate e quelle povere. Con la maschera di Felice Sciosciammocca, creata dallo stesso Scarpetta, la commedia è, quindi, anche una forte critica di costume e una critica sociale, in particolare nei confronti dei padroni; il tutto è impreziosito da un napoletano antico ma che ancora oggi è vivo. Vivo anche perché Miseria e nobiltà non ha mai cessato di essere rappresentata.

Eduardo De Filippo portò la commedia fuori dai confini partenopei grazie al nuovo mezzo della televisione: era il 1955. Un anno prima il cinema compiva la sua potente opera di propaganda allestendo forse una delle trasposizioni più belle dell’opera di Scarpetta. La Miseria e nobiltà di Mario Mattoli è probabilmente la versione più famosa di questa commedia, interpretata per l’occasione dall’unico ed inimitabile Totò.

La trama di Miseria e nobiltà (1954)

La versione più famosa di Miseria e nobiltà è quella cinematografica diretta da Mario Mattoli e interpretata da Totò.
Sophia Loren e Totò in una scena del film.

La versione con Totò è più scarna di quella teatrale; alcuni passaggi e alcune battute sono stati tagliati per il cinema. Tuttavia, questo non priva la pellicola di quella comicità e del suo senso più profondo, e le peripezie di Felice Sciosciammocca restano intatte. Egli è un povero scrivano separatosi dalla moglie alla quale ha sempre negato di vedere il figlio, il piccolo Peppiniello. Felice, date le misere condizioni economiche, è costretto a dividere, assieme alla sua amante Luisella e al figlio, un appartamento con la famiglia del fotografo Pasquale, a sua volta anch’esso ammogliato e con una figlia.

Nonostante Felice e Pasquale ci provino, i loro mestieri non rendono e ogni volta tornano a casa senza una lira, mentre le rispettive consorti si detestano e litigano a più non posso. Ma anche per loro la fortuna ha un occhio di riguardo, ed ecco che un giorno arriva in casa loro il principino Eugenio Favetti. Quest’ultimo è innamorato follemente di Gemma, figlia di un cuoco arricchito, tale Gaetano Semmolone, ma non può sposarla perché i suoi nobili parenti si rifiutano di imparentarsi con un parvenu. Per questo motivo Eugenio chiama a rapporto Pasquale e Felice e li rende complici di una beffa ai danni di Semmolone. I due uomini dovranno fingersi nobili ed entrare in casa del padre di Gemma per dare la loro benedizione ai due giovani fidanzati.

Naturalmente alla fine gli impostori saranno scoperti dopo un continuo gioco di equivoci e Felice e i suoi compari ritorneranno nella miseria ma non prima di aver fatto una grande mangiata.

“Torno nella miseria però non mi lamento. Mi basta di sapere che il pubblico è contento!”.

Totò, una maschera fra le maschere della commedia napoletana

Dopo quella di Pulcinella, la maschera di Felice Sciosciammocca è sicuramente la più famosa della tradizione teatrale di Napoli. Egli, a differenza di Pulcinella, portato alla gloria dal celebre attore Antonio Petito, rappresenta la vera fame, la miseria nera che, però, non si abbatte e riesce a trovare sempre il di arrivare a fine giornata. Non possiamo non pensare che dal connubio di Pulcinella e dello Sciosciammocca sia nata la maschera di Totò.

Il principe della risata interpreta il famoso personaggio scarpettiano ma lo fa a modo suo, esasperando al massimo tutti quei tic e modi di dire di Felice. L’originalità di questa pellicola sta proprio nella figura del grande comico, che a suo modo dà nuova vita a tale macchietta mettendo da parte i problemi dell’Ottocento, epoca di Scarpetta, per mettere in primo piano le nevrosi del nuovo secolo. Eppure, la fame è uguale in tutte le epoche, ecco perché Miseria e nobiltà resta un’opera paurosamente attuale e adattabile a qualsiasi tipo di società.

Le varie trasposizioni e la scena cult

Miseria e nobiltà fatta a teatro da Eduardo De Filippo. La scena dei maccheroni.

Il rifacimento di Mattoli, già regista di Un turco napoletano e Il medico dei pazzi, è distante da quello teatrale ma non del tutto. L’intera pellicola è ambientata all’interno di un teatro e le tematiche sono sempre quelle: l’equivoco, la miseria e la nobiltà. I tempi comici, che in teatro sono dilatati, nella versione cinematografica devono essere rispettati rigidamente, ma le gag anche al cinema funzionano e come. Il grande merito va agli attori. A fianco di Totò troviamo attori e caratteristi del cinema e del teatro partenopeo e non solo: Enzo Turco nei panni di Pasquale, Sophia Loren in quelli di Gemma, e poi Valeria Moriconi, Carlo Croccolo e Dolores Palumbo, nel ruolo di donna Luisella che rivestirà anche per Eduardo De Filippo.

Della commedia di Scarpetta esistono altre due versioni cinematografiche: la prima risale al 1914 e ha come protagonista lo stesso Scarpetta. La seconda è invece del 1940 ed è interpretata da Vincenzo Scarpetta. E infine c’è quella di Mattoli, ma in tutte e tre le versioni la scena più iconica resta sempre quella della pastasciutta mangiata con le mani e messa in tasca. Naturalmente la stessa sequenza rifatta da Totò è semplicemente unica ed è un emblema del suo cinema e della sua arte.

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