Chi lavora è perduto (In capo al mondo) è un’opera del 1963 scritta e diretta da Tinto Brass, prima di diventare il re del cinema erotico. La pellicola in un certo senso fa parte di quel cinema politicamente e socialmente impegnato di cui hanno fatto parte quei registi che si sono sentiti in dovere di documentare la trasformazione dell’Italia durante il Boom economico.

Chi lavora è perduto (In capo al mondo), anno 1963, regia di Tinto Brass.
Chi lavora è perduto (In capo al mondo), anno 1963. Sady Rebbot è il protagonista del film.

Chi lavora è perduto è la prima opera da regista di Brass, molti anni prima di entrare in quel filone più trasgressivo che lo ha poi accompagnato per il resto della sua carriera. Questo film, tuttavia, già sperimenta l’attenzione di Tinto Brass verso la sfera sessuale, descrivendo l’esistenza di un giovane di ventisette anni che, ritrovatosi catapultato nel mondo del lavoro, sente immediatamente tutto il peso di una responsabilità che forse non può sostenere.

Dopo la lunga gavetta come aiuto regista al fianco di autori come Rossellini e Luigi Comencini, Brass decise di diventare egli stesso regista girando un film che accusava in maniera esplicita il potere politico e scandagliava da vicino il malessere sociale venutosi a creare in particolare fra i giovani che non trovavano lavoro, o, se lo trovavano, non riuscivano a sentirsi pienamente soddisfatti, vagando perciò come zombie in una società senza stimoli, in balia di una vita deludente e alquanto squallida. È agghiacciante vedere come il film di Brass sia di un’attualità stravolgente, ora più che mai.   

La trama di Chi lavora è perduto (In capo al mondo)

Bonifacio, un giovane veneziano, dopo il diploma riesce a trovare lavoro come disegnatore. Più amareggiato che contento per questo evento, inizia a vagare sconsolato per la città senza una meta esatta pensando al futuro che gli si è posto davanti. Improvvisamente, in questo mesto vagabondare, gli ritornano alla mente eventi lontani e ricordi passati come l’infanzia e la ferrea educazione di un padre fascista, il servizio militare e la storia d’amore con Gabriella.

In particolar modo il pensiero di Bonifacio va ai due amici rinchiusi in manicomio dopo aver abbandonato il lavoro per seguire gli ideali anarchici. Anche lui, come loro, cerca di ribellarsi evitando di diventare un uomo mediocre votato solo al lavoro; tuttavia, come sconfitto, alla fine dovrà rassegnarsi ed andare anche lui incontro a quel destino che lo attende dietro le mura di un enorme fabbricato, sede dell’ufficio dove dovrà andare a lavorare.

La spasmodica visione della realtà

Inizialmente censurato prima della sua uscita, Brass riuscì a distribuire l’opera cambiando il titolo da In capo al mondo a Chi lavora è perduto. Il film in questione non è caratterizzato da un lineare sviluppo narrativo. Il regista fa dell’esistenza di Bonifacio un miscuglio di voci, volti, parole, dettagli e immagini frammentate che si sovrappongono alla voce fuori campo del narratore/protagonista. Quest’ultimo è infatti un eroe muto, che sulla scena non parla mai, o quasi, lasciando che sia una voce esterna a cicalare senza sosta sopra le figure e gli episodi che sfrecciano rapide, nel pieno di un flusso di coscienza che non si ferma.

Chi lavora è perduto (In capo al mondo), anno 1963, regia di Tinto Brass.
Un giovane Tinto Brass sul set.

Brass coglie il disagio del giovane prima delle contestazioni del 1968, ma allo stesso tempo anticipa quel malessere che sarà poi una costante di tutti gli anni Settanta. Bonifacio è il profeta che annuncia lo squilibrio e la paranoia inculcata dal boom, dal consumismo e allo stesso tempo da una prospettiva piatta del futuro. Egli è l’apostata che cerca di rinnegare la società capitalista dell’Italia in mano alla DC, ma alla fine è sempre un piccolo insetto intrappolato in una ragnatela troppo grande.

Brass e la sua regia tagliente, quasi fumettistica per certi versi, si abbandona al senso del grottesco e di un black humor che fa scalpore ancora oggi. Interpretato da Sady Rebbot, Pascale Audret, Franco Arcalli e Tino Buazzelli, Chi lavora è perduto è stato inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare proprio per il modo in cui Brass riesce a centrare più di altri il problema. Un problema che non è mai stato risolto ma che si è espanso come un cancro per anni. I problemi più irrisolti dell’Italia, oltre alle varie stragi, agli omicidi impuniti e alle vittime senza giustizia, sono e resteranno per sempre due: la mancanza del lavoro e il lavoro squallido. Il primo porta all’avvilimento e il secondo, oltre all’avvilimento, conduce il giovane ad una vera e propria nevrosi che matura fino alla totale perdita di fiducia per lo stato e per gli organi della politica. Come Bonifacio così i giovani ventenni e trentenni di oggi sono morti viventi che vogliono giustizia e blaterano confusi in cerca di un miglioramento che non troveranno nel Belpaese.

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