Primo lungometraggio del regista britannico Martin McDonagh, In Bruges è un gradevole gangster movie del 2008 che prepara il terreno per 7 psicopatici e Tre manifesti a Ebbing Missouri. McDonagh sperimenta nel cinema la sua inconfondibile comicità e anche un senso del dramma che tende a scadere più volte nel grottesco e nell’ironico; questo continuo andirivieni dal ridicolo al tragico, dalla comicità alla violenza, rappresenta quel costante moto oscillatorio che è la vita.

In Bruges, diretto da Martin McDonagh e interpretato da Brendan Gleeson e Colin Farrell.
In Bruges, diretto da Martin McDonagh.

Tale forma narrativa, che ha rappresentato fino ad oggi lo stile di McDonagh, lo possiamo ritrovare, certo, in Tre manifesti e in 7 psicopatici, ma nasce sicuramente con In Bruges. Il film segna l’esordio vero e proprio del regista nel mondo del cinema, dopo anni passati in teatro. Eppure, proprio per la realizzazione di quest’opera, McDonagh, è sostenuto proprio da coloro che avevano segnato la sua prima fase artistica, quella teatrale. Nel lungometraggio, infatti, troviamo Brendan Gleeson, che nel 2011 e nel 2014 lavorerà con il fratello maggiore di McDonagh, John Michael, in The Guard e Calvario, e Colin Farrell. Due grandi attori irlandesi, anzi dublinesi, che nel film interpretano, ognuno con la propria esperienza, due strambi killer, anch’essi dublinesi, che nel bel mezzo dell’Europa trovano sé stessi.

In Bruges – La trama

Durante un’esecuzione, voluta dal misterioso boss Harry Waters (Ralph Fiennes), il giovane Ray (Farrell), sicario irlandese alle prime armi, si accorge di aver accidentalmente sparato ad un bambino e di averlo ucciso. Dopo aver abbandonato l’Inghilterra in compagnia di Ken Gleeson), il suo socio più anziano ed esperto, Ray trova rifugio nella piccola cittadina belga di Bruges, in attesa che le acque si calmino; i due dovranno solo attendere la telefonata di Harry che possa rassicurare il loro rientro a casa.

Sui due killer l’atmosfera di Bruges ha un potere differente: Ray odia quel posto e vorrebbe tornare a Londra, mentre Ken si appassiona subito alle chiese e ai palazzi medievali e inizia ad amare la città. Una sera, mentre stanno girovagando per il paese, Ray si intrufola all’interno di un set cinematografico e li scorge la bella Chloë (Clémence Poésy) con la quale riesce immediatamente a fissare un appuntamento. La sera della cena Ray va da Chloe mentre Ken rimane in albergo. All’improvviso riceve la chiamata di Harry, il quale ordina all’uomo di uccidere Ray dato il casino che ha combinato.

Gleeson e Ralph Fiennes in una scena del film.

Il mattino seguente Ken, senza farsi notare, raggiunge Ray al parco per terminarlo, ma proprio nel momento in cui sta per premere il grilletto, Ray, in preda alla disperazione per aver ammazzato un bambino, tira fuori dalla tasca una pistola e se la punta alla testa con l’intento di uccidersi. Ken lo ferma ma Ray capisce che il compare voleva ucciderlo. Così, nessuno dei due fa niente e, data la stima che Ray ha per Ken e l’affetto paterno che quest’ultimo prova per il giovane, decidono di separarsi. Ray prende il primo treno e lascia Bruges per una meta imprecisata. Ken, stufo di stare alle dipendenze di Harry, gli telefona confessandogli di non aver eseguito l’ordine; se vorrà soddisfazione, gli dice Ken, dovrà raggiungerlo a Bruges.

Ed è proprio quello che farà Harry; dopo aver salutato moglie e figli, parte per il Belgio per sistemare la faccenda con Ken e per uccidere lui stesso Ray.

Da Bruges la morta alla dramedia di McDonagh

Nella stessa città, in cui nel 1892 lo scrittore belga Georges Rodenbach ambienta il suo romanzo Bruges-la-Morte (Bruges la morta), McDonagh torna in questa cupa ma alquanto affascinante atmosfera medievale e realizza un ulteriore opera drammatica; come se Bruges non avesse altra caratterizzazione che quella di città tragica. Alcuni personaggi del film incontrano nel villaggio belga la loro fine; per altri il destino riserverà sorprese diverse.

Ken e Ray sono, probabilmente, la stessa persona. Ray è il riflesso della giovinezza vissuta da Ken, con i suoi dubbi, i suoi colpi di testa e quel carattere testardo. Ken potrebbe essere Ray fra qualche anno, se la storia di McDonagh non scivoli verso il baratro all’interno del quale si riesce a vedere una minuscola luce di speranza. Ken si sacrificherà per salvare la vita di Ray e quest’ultimo riuscirà a conquistare il cuore di Chloe; tuttavia, Bruges nasconde ancora l’inaspettato. Nell’ultima sequenza, in un moderno rifacimento di un quadro fiammingo raffigurante la fine del mondo, Ray, e così anche Harry, incontreranno il proprio destino.

In Bruges (2008), diretto da Martin McDOnagh.
(da sinistra) Brendan Gleeson, il regista Martin McDonagh e Colin Farrell durante le riprese di In Bruges.

Opera di meta cinema, In Bruges è un film che parla di film e della cinematografia. McDonagh mescola realtà e finzione, dialoghi verosimili e frasi uscite dalle strisce di un fumetto, facendo perdere l’orientamento dello spettatore che si ritrova a chiedersi: ma cos’è Bruges? “Sono sveglio, ma è come se stessi sognando”, dice a un certo punto uno dei protagonisti. Bruges è sogno e incubo, è un luogo fiabesco e infernale allo stesso tempo dove le vite di due serial killer si bloccano improvvisamente. Il regista gioca con l’inferno e con il paradiso, e come un Dante Alighieri moderno dovrà decidere chi andare giù e chi su, o chi restarsene semplicemente nel purgatorio, che è una via di mezzo, parafrasando le parole di Ken: “Non hai fatto proprio schifo ma non sei neanche stato un granché. Come il Tottenham”.

Bruges è un pò la rappresentazione gotica di un luogo di espiazione; il film gioca sul caro vecchio tema buoni e cattivi, ma finisce col rappresentare solo esseri umani né troppo buoni né troppo cattivi. Individui che per denaro uccidono e per amore si ammazzano, gente strana, che fa tutto il contrario di tutto, poeti di giorno e killer di notte; delicati e al contempo spietati. McDonagh, cosa che poi ricercherà anche nelle successive pellicole, è alla ricerca dell’essenza dell’uomo che non vuole ritrovare in un realismo linguistico o narrativo, bensì in dialoghi strampalati e in storie ai confini con la realtà, che forse sono quelle più verosimili di tutte.

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