A quasi vent’anni di distanza da Buongiorno, notte, Marco Bellocchio torna ad interrogarsi sul sequestro Moro e il suo omicidio per mano delle Brigate Rosse. Esterno notte, uscito nelle sale cinematografiche in due atti, è un colossale monumento che racchiude in sé tutto lo stile e la poetica di Bellocchio; in definitiva, questo affresco, include ogni pellicola realizzata in precedenza e avente come obiettivo quello di raccontare una delle pagine più buie della storia italiana.

Fabrizio Gifuni è Aldo Moro in Esterno notte.
Fabrizio Gifuni in una scena di Esterno notte (2022).

Vari registi, da quel 1978 in poi, hanno sentito il bisogno di riportare su pellicola il rapimento dell’allora presidente della DC Aldo Moro. Numerosi attori si sono calati nella parte del controverso politico dando, con caratteristiche attoriali distinte, la propria dose di umanità e realismo. Solo per citarne alcuni: il Moro di Gian Maria Volontè per Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, il Presidente (chiaro riferimento allo statista leccese) interpretato sempre da Volontè nel film Todo Modo di Elio Petri, quello impersonato da Roberto Herlitzka nel già citato Buongiorno, notte dello stesso Bellocchio. Poi c’è il Moro che compare e scompare in quel capolavoro che è Il divo, e che è interpretato da Paolo Graziosi. Eppure, le biografie sul politico democristiano, sia quelle più esplicite sia quelle più allusive, hanno continuato ad apparire nel corso degli anni sulla scena cinematografica italiana e non solo, e non sempre con un grande successo. Fra i film peggiori che ruotano attorno alla figura di Moro, ci sono sicuramente Piazza delle cinque lune di Renzo Martinelli, e L’anno del terrore, diretto nel 1981 dal regista statunitense John Frankenheimer.

E poi, in un momento di calma piatta per il cinema italiano, vengono alla luce due film. Il primo, È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino, il secondo, Esterno Notte, di Bellocchio. Per quanto l’amarcord di Sorrentino non sia passato inosservato e abbia avuto la sua meritata dose di pubblico, anche una vicenda già utilizzata e stuprata con molteplici volti e congetture, come quella di Moro, si è tradotta nelle mani del regista bobbiese in un imponente scorcio dell’Italia di fine anni Settanta. Anni, questi, che hanno visto la loro decadenza proprio con l’Affaire Moro, con l’azione violenta e rivoluzionaria delle Brigate Rosse e con l’ombra apparentemente impassibile della DC di Andreotti, Cossiga e Zaccagnini.

A suo modo e con una fantasia cinica, più matura ma sempre ribelle come quella di un ventenne, l’ultraottantenne Bellocchio dirige un film coraggioso. Un’opera che nel modo più semplice e diretto si può definire bella, e sotto molti punti di vista. Basta col dire “nonostante gli ottant’anni, Bellocchio riesce ancora a stupirci”. Se un regista è bravo è bravo sempre e non può che migliorare col tempo. Anzi, più va avanti e più si vede il miglioramento e il raggiungimento di una sicurezza registica, narrativa ed estetica che, nonostante celebri opere precedenti come I pugni in tasca o L’ora di religione, riesce a sentirsi attuale e al passo con i tempi.

La grandiosità di Bellocchio, che si è vista con Il traditore, ma che è ancora più chiara in Esterno Notte, sta nel raccontare il passato rendendolo contemporaneo, vivo e ancora pratico per eventuali battaglie future. Anche adesso, il regista è capace di dare nuova vita e un nuovo volto ad una storia vecchia più di quarant’anni ma spacciandola per un fatto di cronaca accaduto in questi giorni. Dopotutto, quale caso più oscuro e orrendo di quello del sequestro Moro per narrare il contorto passato e il futuro altrettanto ambiguo del nostro paese. Moro è forse uno dei volti e dei simboli più controversi di quell’Italia al confine fra il progresso politico, economico e sociale e il baratro dentro il quale non siamo mai, sfortunatamente, finiti. Allo stesso tempo lo sono anche gli altri. Cossiga, Craxi, Berlinguer, Papa Paolo VI e Belzebù, ovvero Andreotti; anch’essi sono una faccia di questo paese e il tassello di un puzzle che non sarà mai pienamente risolto. Ma ora andiamo al film.

Film o Serie Tv?

Esterno notte (2022) di Marco Bellocchio.
Fausto Russo Alesi è Francesco Cossiga in Esterno notte.

Esterno notte è un lungo film o una riuscita serie televisiva in sei puntate? In questo frangente la genialità di Bellocchio si può dividere in due e l’ultimo suo lavoro si può leggere come una complessa opera intercambiabile e gustabile secondo gli usi e gli scazzi dello spettatore. Bellocchio realizza un colossal cinematografico diviso in capitoli; contemporaneamente, sull’onda dei prodotti più nuovi e delle grandi società come Netflix, realizza un serie televisiva composta da sei puntate. La scelta sarà poi del singolo consumatore, se vedere la pellicola di Bellocchio come una serie, e quindi con la calma e le pause che fanno parte di quel particolare sistema di consumo, o come un film e quindi con la smania dell’appassionato cinefilo che vuole vedere tutto e lo vuole vedere subito. Bellocchio si sdoppia ma unisce il tutto sotto l’immagine di Moro e attraverso una regia e una narrazione incisivi, infiammati ma comunque sempre lucidi e lineari.

Il titolo suggerisce immediatamente lo scopo dell’intera opera. Il primo capitolo presenta l’allora presidente della DC, deciso ad andare incontro al compromesso storico, ovvero al governo di coalizione fra democristiani e i membri del partito comunista italiano al tempo capeggiato da Enrico Berlinguer. Il compromesso storico che Moro vuole fare non avverrà mai, perché alla fine della prima parte del film, dopo che il personaggio sia stato accuratamente presentato sia in forma pubblica sia in quella privata, si arriva al sequestro di Via Mario Fani.

Da questo momento in poi il personaggio di Moro sparisce e l’attenzione del regista si pone non tanto sul nascondiglio di Via Montalcini; anche quello è un punto della storia che apparirà alla fine ma solo per pochi istanti. La soluzione la offre il titolo. Esterno notte è l’analisi che Bellocchio fa del mondo nel momento in cui Moro è prigioniero. Per ogni capitolo c’è un personaggio chiave messo sotto accusa. Francesco Cossiga e le sue psicosi, Papa Paolo VI e la sua incompetenza divina e terrena nell’aiutare il sequestrato. C’è un capitolo dedicato alla moglie, Eleonora “Nora” Moro, che per prima comprese la volontà della DC in quei giorni disperati; mostrare un’apparente paura e inefficienza per coprire il grande “inciucio” di palazzo. Poi ci sono gli uomini delle Brigate Rosse, Mario Moretti, Adriana Faranda, Valerio Morucci, fra i tanti. Questi tre, in particolare, furono la mente e il braccio del sequestro moro.

Ma non manca di certo la critica che Bellocchio fa non tanto dell’operato delle BR quanto dell’operato della Democrazia Cristiana. Bellocchio è spietato, sanguigno; nessuno si salva, specialmente quelle eminenze grigie che prima del rapimento Moro avevano tentennato sulla coalizione con i comunisti. Il sequestro, che doveva minare la stabilità dello stato, fu proprio l’espediente che permise ad Andreotti e ai suoi di non muovere un dito, mantenendo così il potere e il ruolo istituzionale. Tutto questo è riportato con sapienza e con un’atroce freddezza da Bellocchio che trasforma Moro in un martire e i suoi compagni nei veri aguzzini.

Moro, fra Amleto e Gesù Cristo

Una scena del film.

Con la vecchiaia si finisce col credere in Dio; Bellocchio, dal canto suo, ha finito col credere in Moro. Quello di Esterno notte, interpretato da un meraviglioso Fabrizio Gifuni, che aveva avuto già modo di vestire i panni del Presidente nel film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage, è forse il Moro meglio riuscito di tutta la filmografia ispirata a questa tragica figura. Ed è infatti il dramma più puro il motore di tutto il film. Moro è già spacciato; come per Gesù Cristo, anche per lui il destino è già scritto. Dovrà immolarsi per la causa senza che tale sacrificio porti a un reale cambiamento nel tessuto sociale e politico italiano. A metà strada fra il Re dei Giudei e Amleto, il Moro di Gifuni è un antieroe shakespeariano diviso e combattuto proprio come il principe danese, destinato inevitabilmente alla morte.

Alla fine di quella lunga prigionia, Moro ha modo di confessarsi con un prete. Gifuni marca la nevrosi di un uomo che ha capito tutto. Egli non incolpa i suoi carnefici, quanto i suoi presunti compagni e amici di averlo abbandonato per il puro e squilibrato mantenimento del potere. Complici anche la chiesa e l’America, il grande burattinaio dietro alla DC. Nonostante le accuse ai vertici dello stato, Bellocchio sa benissimo che, anche se Moro fosse stato liberato, le cose non sarebbero andate poi diversamente. Come Tarantino in Bastardi senza gloria e in C’era una volta a Hollywood, anche Bellocchio cerca di cambiare le carte in tavola, prova a illudere la realtà storica; il risultato è lo stesso, forse peggiore.

Il realismo storico e gli attori

Nel film di Bellocchio, Esterno notte, Margherita Buy interpreta Eleonora Moro.
Toni Servillo e Margherita Buy, alias Papa Paolo VI ed Eleonora Moro.

Se Buongiorno, notte era un film sulla prigionia, l’ultimo di Bellocchio è uno sguardo accurato al di fuori di quella stanzetta grigia. Per tutto il film è presente l’ombra di una lezione di storia davvero ben fatta, e che tutti conosciamo bene. Soprattutto quella di alcuni anni fa eseguita dal Professor Alessandro Barbero al Festival della Mente di Sarzana. In quell’occasione lo storico torinese aveva meticolosamente esposto i vari passaggi, mediante i dettagli più importanti e anche quelli futili ma pur sempre interessanti, le fasi che portarono al sequestro di Aldo Moro. Bellocchio risente di quella lezione e così riporta alla luce la storia in maniera davvero realistica. Un po’ meno realistica, ma non per questo falsa, il ritratto che il regista fa dei personaggi di contorno che però diventano loro stessi i protagonisti. Allo studio realistico si affianca lo studio grottesco e indifferente di quei personaggi che sono il vero cardine di tutta la vicenda.

Esterno Notte è un film riuscito non solo dal punto di vista storico, narrativo e registico ma anche e soprattutto da quello prettamente attoriale. Il già citato Gifuni è un Moro nevrotico, peccatore, davvero umano; quello di Volontè era più disattento, già sconfitto, mentre quello di Preziosi è un martire diabolicamente lucido. A Gifuni si affiancano colleghi e mostri di bravura inaudita. Va citato assolutamente Fausto Russo Alesi per la sua interpretazione di un Cossiga al limite della pazzia. La sempre tesa Margherita Buy è ora la calma e sibillina Eleonora Moro, pronta a credere alle parole dei brigatisti piuttosto che a quelle del governo. Gigio Alberti è Benigno Zaccagnini mentre Daniela Marra e Gabriel Montesi sono rispettivamente la coppia di brigatisti Faranda e Morucci. Tramite questi due personaggi Bellocchio non nasconde naturalmente il suo giudizio contrastante sulle BR, nè la fine di quel sogno che vedeva l’instaurazione di una società completamente comunista, libera ed eugualitaria mediante l’uso della lotta violenta; tale sogno sapeva di stantio già all’epoca.

Non riuscitissimo il Paolo VI di Toni Servillo; troppo umano e disponibile nel film.  

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