E’ caldo. Il telegiornale consiglia di non uscire nelle ore centrali del giorno, di idratarsi e tenere le tapparelle abbassate per non fare entrare il calore. Tapparelle giù, birretta fredda, manca solo un buon film estivo. Nel mio caso ho scelto di fare le cose in grande e imbarcarmi nella visione dei 9 film della saga: Non aprite quella porta, ovvero The Texas Chain Saw Massacre.

Non aprite quella porta (1974)

Si inizia nel 1974 con il regista Tobe Hooper che con il suo primo film sancisce il successo del genere horror-splatter. Non aprite quella porta (1974) è stato tra i film a produzione indipendente che, nella storia del cinema, più hanno guadagnato e avuto un successo intercontinentale. Da quest’opera non solo partirà una saga fatta di sequel, prequel, remake e reboot ma Non aprite quella porta arriverà anche nel mondo dei fumetti e dei videogiochi e lo schema narrativo inaugurato da Hooper guiderà la telecamera di molti registi horror dopo di lui. Inoltre, The Texas Chain Saw Massacre (1974) sancisce l’inizio del periodo delle saghe horror, seguiranno: Le colline hanno gli occhi (1977), Halloween (1978), Amityville Horror (1979), Venerdì 13 (1980), La casa (1981), Poltergeist (1982).

La trama

E’ caldo, è agosto e cinque ragazzi decidono di compiere un viaggio nella provincia del Texas, a Nwet, a seguito della notizia della profanazione del cimitero della città dove è sepolto il nonno di due di loro: Sally e il fratello Franklin. I ragazzi vogliono assicurarsi che la tomba del nonno non sia stata profanata. Insieme a loro, ci sono l’amica di Sally, Pam, e i loro due fidanzati, Jerry e Kirk.

Una volta lasciato il cimitero e appurato che la tomba di famiglia sia intatta, i cinque si dirigono a fare benzina nell’unica area di servizio della zona. Nel mentre, decidono di dare un passaggio a un autostoppista inquietante che mostra loro delle foto del mattatoio di famiglia e spiega come si uccidono i manzi. In questa scena è racchiusa la spiegazione della tematica del film: l’arretratezza violenta della provincia statunitense.

non aprite quella porta

Sono gli anni ’70 e gli USA sono spaccati al loro interno dalla guerra in Vietnam. I giovani nelle metropoli predicano l’amore e ambiscono alla pace, mentre la provincia diventa, almeno nell’immaginario del cinema horror di quegli anni (non solo in Non aprite quella porta ma anche, ad esempio, in Le colline hanno gli occhi) la sede di un desiderio arcaico di morte e violenza. Hooper rappresenta questa spaccatura attraverso la metafora del mattatoio. In città, spiega Franklin, le mucche vengono uccise con un nuovo metodo rapido e indolore, mentre in campagna vengono ripetutamente percosse con un bastone dal cosiddetto battitore, figura stimata dalla comunità per la sua bravura nell’uccidere le bestie.

Dopo il racconto, l’autostoppista diventa violento e i cinque ragazzi lo scaraventano giù dal veicolo. Arrivati all’area di rifornimento, viene detto loro che la benzina è esaurita e che sarà possibile rifornirsene solo al giorno seguente. I ragazzi decidono, così, di andare a visitare la vecchia casa in cui Sally e Franklin sono cresciuti. Da qui finiranno per bussare alla porta sbagliata, quella della famiglia Sawyer. In italiano sawyer significa segatore: un nome, un programma. Infatti, il fantomatico uomo mascherato con in mano la motosega che troviamo in tutte le case dell’orrore o alle feste in maschera di Halloween, è un Sawyer. Jed Sawyer, per l’esattezza, il nipote, affetto da disabilità intellettiva, del proprietario del mattatoio. Anche conosciuto come Faccia di cuoio (Leatherface), perchè indossa una maschera in pelle umana, o meglio indossa il volto di un’altra persona sopra il suo.

Jed inizierà a segare a destra e a sinistra e solo Sally sopravvivrà.

L’horror come critica alla società contemporanea

Si è detto che Non aprite quella porta (1974) mette in scena la paura per una provincia arretrata, inquietante e legata a pratiche arcaiche e violente di cui il mattatoio rappresenta la metafora cinematografica. I Sawyer non si limitano ad uccidere le mucche ma ne utilizzano ogni parte, creando anche oggetti d’arredo con le loro pelli, teste e ossa. Mostrano il proprio status attraverso l’esposizione dei resti imbalsamati delle bestie che uccidono. La violenza perpetrata sugli animali diventa anche violenza contro le persone. I Sawyer uccidono le persone per mangiarsele e per farne oggetti d’arredamento e tengono la “preda” migliore per il battitore. La loro perversione è talmente sacrilega da spingerli addirittura ad aprire le tombe per rubare cadaveri ed usarli in vari modi.

Il paragone tra le loro vittime umane e quelle animali è talmente insistente che oggi si fatica a guardare Non aprite quella porta senza vederci una critica di stampo animalista. Ma in realtà tale critica era ovviamente assente nelle intenzioni di Hooper. Il regista voleva mettere in scena una provincia che restava ferma mentre la città “avanzava” socialmente, una provincia che generava timore negli abitanti della città.

In realtà, se volessimo realizzare una lettura in termini socio-economici a posteriori, si può notare la discrepanza tra una provincia che rimaneva basata su un’economia di autosufficienza, che non sprecava nulla, e una metropoli che saltava a piedi uniti all’interno dell’era capitalista e consumista. L’ideale del consumo capitalista cerca di far credere che mangiare la testa di una mucca sia arcaico, sbagliato, sacrilego e terrificante. Oggi sappiamo che se si diffusero metodi più rapidi per uccidere le bestie al macello fu solo per poterne uccidere – e quindi vendere – di più in meno tempo, e non per risparmiar loro dolore inutile. Ma lo stesso Hooper era probabilmente vittima di un’influenza culturale talmente forte che lo portava a considerare negativamente le logiche di autosufficienza alimentare delle campagne americane, così, la logica di onorare l’animale immolato, non buttandone via niente, diventava un atto di violenza e una dimostrazione di mal gusto.

Non aprite quella porta e i nuovi topos del genere

Ma, al di là della critica a una campagna vista come arretrata, che è una critica figlia di quegli anni di trasformazioni politiche ed economiche, Non aprite quella porta è un film importante per vari motivi. E’ un punto di partenza, un archetipo del genere. Intanto, è il primo vero splatter della storia del cinema horror americano (in Italia c’erano già state sperimentazioni precedenti) e la prima grande saga. Poi, introduce una serie di topos cinematografici: la maschera (indossata dal cattivo della storia), i protagonisti adolescenti (oggi quello adolescenziale è diventato un vero e proprio sottogenere dell’horror) e i nemici psicopatici e sadici che uccidono senza motivo (anche questo è un sottogenere, negli ultimi anni molto in voga: lo slasher).

non aprite quella porta

The Texas Chain Saw Massacre oggi, ovviamente, non spaventa allo stesso modo, ma riesce ancora a trasmettere una buona dose di inquietudine. Le inquadrature seguono i protagonisti in modo caotico, tanto da far pensare allo spettatore di fare parte della scena. Hooper non ha la pretesa di mostrare ciò che con le scarse tecnologie dell’epoca non si riusciva a ricreare e preferisce farlo immaginare allo spettatore. Una strategia vincente che rende Non aprite quella porta più bello da riguardare oggi, rispetto ad altri film dell’epoca, e rende, paradossalmente, lo splatter elegante. Unico consiglio: non guardatelo se avete problemi con le urla perché Non aprite quella porta ne contiene una quantità fuori dal comune.

Non aprite quella porta – La saga

La saga che inizia da The Texas Chain Saw Massacre è composta da 9 film, compreso l’ultimissimo del 2022 distribuito da Netflix. La casa cinematografica ha infatti acquistato i diritti del film nel 2021.

Dei nove film, solo uno è girato dallo stesso Hooper, ovvero Non aprite quella porta 2 del 1978. Si tratta di un sequel di vendetta, a tredici anni dagli eventi del primo film.

Seguono Non aprite quella porta 3 (1990) girato da Jeff Burr e il quarto capitolo (1994) girato da Kim Henkel. Il terzo è un reboot dell’originale (cioè un film che vuole spezzare la continuità di una saga, riproponendo la storia in modo diverso). Il quarto è un remake in chiave moderna, nonché sequel.

Arriva il 2003 ed esce nelle sale il remake omonimo girato da Marcus Nispel. Non aprite quella porta (2003) riporta in auge la saga. Per intenderci, è quello della famosa scena della ragazza autostoppista che si spara in macchina. Di questo film, nel 2006, Jonathan Liebesman realizza un prequel (cioè un film che racconta gli avvenimenti precedenti alla storia): Non aprite quella porta – l’inizio.

Nel 2013 la saga approda nel mondo tridimensionale ed esce Non aprite quella porta 3D. Girato da John Luessenhop, è un sequel diretto dell’originale la cui storia non si incastra con gli altri sequel già realizzati. Nel 2017 Alexandre Bustillo e Julien Maury girano Leatherface, prequel diretto del film del 1974 che innalza il livello dello splatter. Infine, nel 2022 esce Non aprite quella porta di David Blue Garcia, sequel di vendetta ambientato quarantanove anni dopo gli eventi del primo film.

Conclusioni

La saga inaugurata da Hooper ha avuto un più che discreto successo negli anni. Alcuni titoli sono stati maggiormente acclamati sia dalla critica che dal pubblico ed altri meno. Ciò che è certo è che molti registi si sono cimentati nel continuare o ricreare la storia di Faccia di cuoio e il recente acquisto dei diritti da parte di Netflix fa presupporre ulteriori svolgimenti. Non aprite quella porta è un film canonico. Il titolo, pur tradotto completamente a caso in italiano, è diventato quasi un modo di dire. Faccia di cuoio con la sua motosega è un personaggio indimenticabile, come dimostra il fatto che la sua storia ancora stimola l’interesse di registi, case cinematografiche e, soprattutto, del pubblico.

Ultima curiosità. Nel ’74 Hooper aveva spacciato la storia come tratta da fatti realmente accaduti, elemento che lo aveva aiutato a raggiungere il successo perchè, si sa, non c’è niente di più spaventoso che leggere a fine film “tratto da una storia vera”. Faccia di cuoio è un personaggio inventato, ma la sua presunta esistenza ha alimentato tutta la saga, oltre che ispirato altri personaggi iconici come Michael Myers di Halloween o Jason di Venerdì 13.

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