In origine il Pataffio era semplicemente un termine usato per enfatizzare in tono scherzoso la parola “epitaffio”, corrispondente ad un’iscrizione sepolcrale in cui si tessono le lodi del defunto. Successivamente, nel 1978 Il pataffio divenne il titolo di un romanzo scritto da Luigi Malerba. A distanza di 44 anni Francesco Lagi trasforma l’opera narrativa dell’indimenticato scrittore parmense in un’opera cinematografica.

Il pataffio (2022), regia di Francesco Lagi.
Valerio Mastandrea nei panni di Migone nel film di Francesco Lagi, Il pataffio.

Il regista di Missione di pace, dopo aver ironizzato sulle ideologie, vira sulla commedia all’italiana di stampo medievale, raccogliendo coraggiosamente il testimone di Mario Monicelli. Il pataffio, infatti, non può non farci tornare alla mente pellicole come L’armata Brancaleone e Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

Questa nuova fatica di Lagi vede come protagonista il Marconte Bellocchio (Lino Musella), un nobile acquisito che ha ereditato un feudo grazie al matrimonio contratto con la gioconda Bernarda, figlia del Re. Quando Bellocchio arriva in quella che ormai è la sua terra, assieme ai suoi soldati e ai suoi cortigiani, trova dei villani per niente disposti a farsi governare.

Dopo il poco riuscito Il regno di Francesco Fanuele il cinema di casa nostra finalmente torna in maniera degna nel Medioevo; un periodo storico affascinante e allo stesso tempo cupo, funestato dalle carestie e dalle pestilenze. Lagi mostra al pubblico che da allora ad oggi, sotto certi aspetti, niente è cambiato, in quanto, anche attualmente, ci troviamo in una società in cui il divario tra ricco e povero è sempre più abissale.

Il versatile Valerio Mastandrea fa leva sulla sua proverbiale ironia per interpretare Migone, il personaggio che rappresenta la voce del popolo. Se ci pensate c’è una forte correlazione tra Migone e il Bertoldo incarnato nel 1984 da Tognazzi. Sia il primo che il secondo infatti sono individui ignoranti e rozzi che riescono ad eludere le vessazioni dei potenti per merito della loro arguzia.

Alessandro Gassman, è esilarante nei panni di Frate Cappuccio, e suggella le sue innegabili capacità mimiche. Quest’uomo di chiesa, all’apparenza casto e pio, simboleggia l’ipocrisia delle istituzioni ecclesiastiche. Lino Musella, al suo primo ruolo da protagonista, sciorina tutto il suo smisurato talento interpretando una persona a cui il potere mal si addice. Tra i suoi fedelissimi non si può non menzionare il fidato consigliere Belcapo (Giorgio Tirabassi), totalmente alla mercé di Bellocchio.

Tuttavia, la vera rivelazione del lungometraggio di Lagi è la semisconosciuta Viviana Cangiano. Nel film l’attrice interpreta il ruolo di Bernarda; i suoi duetti con il neosposo e con frate Cipolla sono a dir poco esilaranti. Completano il cast i bravissimi Giovanni Ludeno, Vincenzo Nemolato e Daria Deflorian. Gli esseri umani che popolano la pellicola sono, chi più chi meno, tutti deformi. Alla stregua del contesto nel quale vivono.

Alessandro Gassman, alias Frate Cappuccio, in una scena del film.

Il pataffio è un film atipico che si serve di una comicità amara al fine d’indurre lo spettatore alla riflessione e al divertimento. Quest’ultimo spesso scaturito dall’irresistibile lingua parlata dai protagonisti, che unisce il latino e il volgare. Essendo alle porte delle elezioni politiche a maggior ragione consiglio la visione di questa commedia storica, la quale ribadisce il fatto che, a prescindere dall’epoca, a salvarsi sono i viscidi uomini di chiesa e i politici incapaci. Siamo sicuri di non essere ancora nel Medioevo!?

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