É quasi deleterio, e ormai ampiamente risaputo e criticato, come la traduzione dei titoli in italiano abbia sempre cercato di sconvolgere o mettere in confusione lo spettatore. In alcuni casi la traduzione non ha niente a che vedere con l’originale, in molti altri ha sempre spifferato troppo a proposito della trama.
Vertigo era forse una parola troppo complicata per l’italiano medio degli anni ’50? ‘La donna che visse due volte’ (1958) è probabilmente uno dei più palesi oltraggi verso un autore che si potesse commettere, uno perché offre uno spoiler senza alcun motivo (un grosso spoiler), due perché non è solo la drammatica love story a reggere l’intera pellicola. Vertigo ha a che fare con la vertigine, quel senso di ansia e paura di cui soffre il protagonista. Quella fobia che apre e chiude l’opera, forse una delle meglio riuscite di Alfred Hitchcock.

“Give me your hand!” – grida il poliziotto al povero John Ferguson detto ‘Scottie’ (James Stewart) rimasto appeso al tetto durante un inseguimento e impossibilitato a muoversi dopo aver visto lo strapiombo sotto i suoi piedi. Il poliziotto che si era fermato ad aiutarlo precipita del vuoto e da quel momento per Scottie la fobia dell’altezza diventa un blocco psicologico dal quale è impossibile uscire.

Casca perciò a fagiolo un nuovo caso per l’investigatore privato, incaricato da Galvin Elster, suo amico del liceo, di pedinare la giovane moglie Madeleine (Kim Novak). La donna da un po’ di tempo non è più la stessa e segue gli stessi passi della sua bisnonna Carlotta Valdés, diventata pazza per la perdita del figlio e morta suicida a ventisei anni: la stessa età di Madeleine. Il marito, timoroso che la moglie possa compiere anche lei l’insano gesto, la fa seguire da Scottie il quale, dopo averla vista in un ristorante ed essere rimasto folgorato dalla sua bellezza, accetta il caso.

In effetti Madeleine, dopo aver fatto visita alla tomba della bisnonna e aver ammirato il suo ritratto al museo, si getta nelle acque della baia di San Francisco. Scottie la salva e la porta a casa dove, fra una chiacchierata e l’altra, diventano piuttosto intimi. Da quel momento, nascondendo la sua vera identità, Scottie passa più tempo con la donna cercando di aiutarla a sconfiggere e dimenticare i fantasmi che da tempo la tormentano. I due finiscono per innamorarsi ma un giorno, quando i due si trovano all’ex missione spagnola di San Juan Batista, Madeleine caduta in trance, sale sul campanile mentre Scottie, nel tentativo di fermarla, resta immobile a metà dell’alta torre, colto nuovamente da un senso di vertigine.

Madeleine si getta di sotto e muore. Al processo verrà provato il suicidio e Scottie sarà scagionato. Tuttavia, incubi e pensieri affollano la sua mente, e un profondo stato di depressione lo porta al ricovero in una clinica psichiatrica. Un anno dopo ne esce guarito ma incontra in un negozio una donna molto simile a Madeleine. Sì chiama Judy, e Scottie la corteggia allo sfinimento facendola vestire e truccare come l’amata, ricreando in lei l’immagine di Madeleine.

Convinto che tutto questo sia un segno del destino, in realtà Judy è stata veramente Madeleine tempo prima, ma non può confessarlo a Scottie. Dopo essere stata l’amante di Elster e dopo averlo aiutato ad uccidere la vera Madeleine gettandola dalla torre campanaria, Judy era stata costretta a trasformarsi per non farsi riconoscere.

Ora i due possono finalmente amarsi senza ostacoli eppure qualcosa rapisce l’attenzione di Scottie: il medaglione appartenuto a Carlotta Valdés e indossato dalla finta Madeleine. Ritornati sul luogo del delitto, Scottie fa confessare tutto a Judy e mentre salgono sul campanile Scottie comincia a guarire e la sua vertigine sparisce poco a poco. Sulla cima della torre, Judy vuole essere perdonata da Scottie il quale non può negare il fatto di amarla alla follia. Quando tutto sta per concludersi con un bacio appassionato, una figura nell’ombra fa spaventare Judy la quale precipita di sotto. Era una suora venuta ad accertarsi chi ci fosse sul campanile. Scottie, ormai guarito, guarda in basso la donna che per due volte aveva amato e perduto.

Una scena di Vertigo

Questo è Vertigo, un dramma, un noir tanto criticato alla sua uscita e adesso di inestimabile valore artistico. Hitchcock dirige una delle sue pellicole più belle dove il doppio è la chiave di tutto. La vera Madeleine e quella finta, Judy e l’immagine della donna mitizzata da Scottie, gli specchi che si susseguono durante tutto il film e l’immagine di Carlotta Valdés che sembra quasi incarnarsi in quella di Madeleine/Judy al museo.

Gli effetti cinematografici e visivi che si avvertono sono frutto di un’accurata regia, come l’effetto vertigine o la sequenza del sogno che è da far suo un ulteriore capolavoro in un film che stravolge totalmente il cinema.

Poi ci sono gli attori. Hitchcock non si focalizza di solito su più interpreti. E anche qui vale la stessa regole. Il dramma che viene fuori è dovuto anche grazie al perfetto connubio tra Kim Novak e il buon vecchio Jimmy Stewart: connubio tra bellezza e perfetta recitazione. Senza dimenticarci mai delle musiche ora più incisive che mai di Bernard Hermann che nella sequenza a 360° che riprende i due protagonisti immersi nella luce verdastra della stanza, avvolge Scottie e Judy in un affaire lungo mille anni, a cavallo tra la realtà e il sogno, tra verità e bugia, tra la vita e la morte.

Vertigo, una foto dal set
Alfred Hitchcock e Kim Novak sul set di Vertigo


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