Negli ultimi tempi devo ammettere di essere un po’ troppo severa nei confronti del cinema, sono diventata come una di quelle vecchiette che scuote disprezzante la testa davanti ai giovani dai comportamenti a loro dire riprovevoli. Non sono mai soddisfatta dai film che vedo e un “carino” corrisponde ad un voto che varia fra il 5 e il 5.5 su una scala numerica da uno a dieci. Per questo vengo talvolta presa in giro, bonariamente, si intende.

Natural born killers, invece, si merita un bel 7 che per me significa quasi un “meraviglioso” ed è uno di quei film che rivedrei anche ora.

La pellicola di Oliver Stone del 1994 è un piccolo capolavoro che ha attirato la mia attenzione su Amazon Prime Video, comprandomi con una copertina accattivante, raffigurante il volto di un uomo, il protagonista Woody Harrelson in bianco e nero che sfoggia degli occhiali da sole tondi e colorati. A primo impatto,non so se sia così per tutti, se sia un effetto voluto o se sia solo la mia testa un po’ bacata, mi è sembrato di trovarmi davanti alle vaghe sembianze di un manichino. Questa accoglienza un po’ strana, semplice ma enigmatica, mi ha convinta a premere play. Sì, ho giudicato un libro dalla copertina e non potevo fare scelta migliore.

La locandina di Natural Born Killers di Oliver Stone (1994)
La locandina del film Natural Born Killers

Natural born killers narra la storia di un non convenzionale ménage a trois che vede coinvolti la coppia di assassini pazzi e scatenati Mickey e Mallory Knox (lo so che state beffardamente sorridendo) e i mass media. E’ un rapporto violento e pericoloso, che, come tutti i rapporti che giocano con il fuoco, non può che finire male.

La pellicola scorre veloce e frenetica e il pubblico ne viene trascinato, vedendo la propria psicologia amalgamarsi con quella dei protagonisti. Tutto viene portato allo stremo, colpendo e stordendo lo spettatore.

Il film, infatti, si presenta come un viaggio sotto l’effetto allucinatorio di potenti droghe. La musica sparata ossessivamente come proiettili dritti nel cervello, l’uso e il cambio frequente di stili cinematografici, il bianco e nero, l’inserimento del fumetto, il siparietto della sitcom usato nel modo più amaro, ironico ma soprattutto geniale possibile, che, vi giuro, rappresenta un piccolo orgasmo cinematografico, sono tutti elementi sui quali io non ho la capacità tecnica per poterne discutere criticamente, ma, che, da persona mortale e con delle emozioni, quasi fossi il giudice che non ci capisce nulla dei tecnicismi di una competizione ma giudica lo stesso in virtù del fatto che alla fine le cose devono piacere oltre al loro valore tecnico, posso dirvi che trascinano lo spettatore in un viaggio mentale, in un loop che porta a sentirsi sempre più “high”, sempre più euforici in un crescendo che sembra percorrere senza limite di velocità l’autostrada della climax.

Mickey e Mallory con la loro storia d’amore ci regalano squarci di un’America on the road a colpi d’omicidi, avventure e disavventure, portandoci con loro, come un bagaglio malamente sballottato.

NATURAL BORN KILLERS, Juliette Lewis, Woody Harrelson, 1994

Solo ad un tratto sembrano concedersi un piccolo pit stop, una piccola sosta solo per fare un breve spuntino e rigonfiare le gomme per partire di nuovo in quarta.

E’ qui, quando la pellicola sembra volerci regalare qualche minuto d’aria, dando l’impressione di addrizzarsi diventando come una crociera in aereo senza troppe turbolenze, che si riparte. Mickey e Mallory vengono, durante tutta la durata della pellicola, stalkerizzati dalla televisione. Come accade anche nella nostra realtà, innegabile, devo farvi l’esempio della vera Knox tanto per restare in tema? Finiscono sulla bocca di tutti per le loro tutt’altro che eroiche gesta, guadagnando favori, sfavori ma anche buone opportunità. I mass media continuano a venerarli ed idolatrarli anche nel momento in cui sembra tutto finito. Ma tutti amano Mickey e Mallory Knox e questo sarà la loro via di fuga.

I due, ormai separati dalle sbarre della prigione, dove finiscono per mano del detective Jack Scagnetti, rovescio della medaglia dei due solo nella pura formalità, diventano, davanti le telecamere del giornalista Wayne Gale, un giovanissimo quanto incredibile Robert Downey Jr, simbolo di una storia d’amore tormentata e struggente. Se all’inizio Wayne Gale se ne sta seduto dall’altro lato del tavolo con Mickey, con aria di superiorità mista a saccenteria a porgli domande dalla venatura esistenziale con una finta drammaticità alla Barbara D’Urso, le cose, d’un tratto, cambiano. Quel tono accusatorio infatti muta repentinamente col fiutare una nuova, ghiotta opportunità gonfia di soldi.

Robert Downey Jr in Natural Born Killers.
Wayne Gale (Robert Downey Jr.) in Natural Born Killers

Mickey e Mallory se ne stanno separati contro la loro volontà, intrappolati da un sistema crudele quanto loro, condannati a non rivedersi mai più e allo spettatore, quello vero, te che stai sul divano a guardare Amazon Prime Video, viene da pensare che tutto questo sia ingiusto. Poverini, volevano solo amarsi, quasi che si perdona loro tutto il sangue lasciato alle spalle. Perché, innegabile, non ci riesci proprio ad odiare Mickey e Mallory, sembrano quasi dolci, psicopatia a parte.

Ma anche lo spettatore in tv, quello che segue il programma di Wayne Gale, ne rimane stregato e fa il tifo per loro.

Tutto diventa giustificabile e sacrificabile. Uccidere per il ricongiungimento dei due sembra essere poca cosa in confronto al grande clamore e successo che questo porterebbe, specie se si considera che l’ostacolo fra l’amore della nostra coppia sweet but psycho non è altro che Scagnetti, l’odioso e sadico poliziotto, un assassino, poco distante dalla violenza dei due ma giustificato dal distintivo. Senza una storia troppo accattivante, il poveretto, non vale niente e un foro in testa quasi quasi che ben gli sta. Questo è il secondo colpo di genio del film, la seconda punta massima, il secondo orgasmo. Un agonizzante Jack Scagnetti spacciato sul pavimento della prigione e la faccia di Wayne Gale che lo guarda e gli chiede sprezzante di lagnarsi più piano, insomma, di morire senza rompere troppo le palle, che qui lo show della famigliola Knox deve andare avanti e non si ha tempo da perdere dietro troppi melodrammi o di lasciarsi andare a inutili atti di umanità. E così, anche Wayne Gale, padre e schiavo del suo prodotto, si macchia le mani pur di continuare ad essere padre e schiavo di un figlio che non gli vuole troppo bene.

Jack Scagnetti e Mallory Knox in Natural born killers.

Segue una scena lunga e turbolenta, ma senza dubbio geniale, dove si arriva all’apice del significato del film. Qui si assiste, infatti, alla trasformazione e l’inglobazione della Tv nel suo prodotto, all’annullamento della prima in favore della seconda, alla comunione totale e fusione fra finzione e realtà, all’annientamento di tutte le barriere e al riflettersi della stessa immagine nello stesso sporco specchio, il tutto magistralmente rappresentato da un Robert Downey Jr, che da inquisitore passa dalla parte dei banditi, in una trasformazione esaltata che può sembrare a primo acchito ridicola e che necessita di un secondo momento di riflessione per essere elaborata, per prenderla per quello che è, ovvero la fregatura di colui che voleva fregare, il fondersi della tv con il suo spettatore, poiché non vi è più differenza fra il giornalista esaltato e lo spettatore dietro lo schermo che salta come uno scimmione sul divano animato dalla suspense, non c’è più filtro e distinzione fra il reale e l’elaborato, tutto converge nella realtà, senza più separazione alcuna.

Ma il tracollo totale deve ancora arrivare.

Mickey, Mallory e i mass media sono finalmente liberi, liberi di andare e di amarsi, ma la coppia non ha mai chiesto di essere trattata come una star, loro volevano soltanto amarsi ed ammazzare, nulla più. A loro non importava la fama, il successo o il favore del pubblico e la presenza di Wayne Gale, che in un crescendo, come tutti, si è lasciato stregare da quella carne macellante resa a mano a mano carne da macello televisiva, ora disturba come un sassolino nella scarpa che quindi deve essere eliminato.

“È come Frankenstein che uccide il dottor Frankenstein” dirà sul finale Mickey, ponendo fine alla propria carriera da celebrità. I mass media hanno osannato e amato i due, esaltandone la violenza, generando ancora altra violenza per meri scopi di lucro. Hanno lasciato uccidere in nome di quel Dio denaro coccolando e accudendo la loro gallinella dalla uova d’oro, gallinella che, ad un certo punto, ha preso la pistola e ha sparato al proprio paparino. E alla fine, quando la telecamera rimane senza spettatori, quando non c’è più nessuno a raccontarci favolette indorate, riusciamo a vedere Mickey e Mallory senza filtri, per quello che sono. Due spietati assassini.

Soltanto nello spegnere la tv, quella vera del mio salotto, mi sono resa conto di quanto questo film sia potente e pericoloso e si capisce perché in molti paesi si ha avuto timore di pubblicare la versione integrale, giustamente, visto i casi di violenza che poi ha ispirato, specie negli U.S.A.: il massacro della Columbine vi dice qualcosa? Un film nel film, dove spettatore reale e spettatore fittizio si confondono. Il gioco riesce alla perfezione e riesce a fregare tutti. Ero io, nella mia casa, davanti al mio schermo, vittima del fascino di Mickey e Mallory, consapevole di quanto tutto quello fosse pericoloso. Consapevole di essere stata trascinata dall’euforia di una finzione che sarebbe potuta benissimo essere realtà. Ma sarei potuta benissimo essere la spettatrice americana fittizia, spaparacchiata beatamente sul mio divano, la pistola nel comodino e la birretta in mano. Film e critica si fondono generando lo stesso euforico e spaventoso effetto. Ed è proprio generando l’effetto provocato dall’oggetto stesso che si vuole criticare che il film riesce alla grande. Ti fa provare quello che non dovresti provare. Ancora adesso, semplicemente ripensandoci, mentre scrivo, sento l’adrenalina scorrere nelle vene e sento lo stesso malsano trasporto che provava Wayne Gale.

E’ questo l’effetto che fa. E’ questo l’effetto che non dovrebbe fare. Sono queste le parole che userei se mi chiedessero di riassumere il film in una riga.

E’ proprio l’emozione che dà il motivo per cui l’ho amato. E’ proprio perché ti lascia il magone, una sensazione che ho ricercato a lungo nei film e che ultimamente non riuscivo più a trovare. Quell’eccitazione che mi dava il guardare quei film super impegnati e pieni di significati e di morali che mi guardavo da adolescente e che mi facevano sentire super alternativa. Che sciocca. Ma non nego che non sia una bella sensazione da provare.

E’ proprio questa emozione adolescenziale ritrovata che mi fa scrivere entusiasta di questo film, con la differenza, rispetto a quei giorni, che questa mattina mi sono alzata e mi sono accorta di avere due capelli bianchi.

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