La storia americana è piena di contraddizioni, che puntualmente vengono alla luce. Le tensioni razziali covano sotto una spessa coltre di diseguaglianze economiche, dando vita a storie tragiche e purtroppo viste e riviste. Nel 1998 il regista Tony Kaye dirige American History X, da una sceneggiatura originale di David McKenna. Il film, che diventerà subito un cult, racconta la storia di due fratelli presi nella rete dell’odio razziale.

Derek Vinyard, interpretato da un muscoloso e tatuato Edward Norton, esce dal carcere dopo due anni passati dietro le sbarre per aver ucciso, a mo’ di esecuzione sommaria, due uomini afroamericani che avevano tentato di rubargli la macchina. Prima del carcere Derek frequentava il locale gruppo di ispirazione neonazista, che lo aspetta ora a braccia aperte: è infatti considerato un eroe. Così pensa anche suo fratello minore Danny che si avvicina sempre di più all’universo culturale degli skinhead.

In carcere però, Derek sembra essere cambiato. Non sembra ritenere più sensate le idee e le proposte del movimento di cui fa parte, e sente sempre di più l’inutilità di differenziarsi in base al colore della pelle. Danny invece è sempre più vicino al passato del fratello. Quando un professore, di religione ebraica, gli assegna per compito di recensire un libro, il piccolo Vinyard consegna un breve saggio di lode del Mein Kampf di Adolf Hitler.

Il preside della scuola, Bob Sweeney, che è sempre stato vicino al fratello Derek, anche durante la sua carcerazione, decide di dare una nuova possibilità a Danny, assegnandogli un nuovo tema. Il tema, dal titolo American History X, dovrà raccontare e analizzare la storia del fratello.

Danny Vinyard in una scena del film

American History X racconta di una delle piaghe ancora più vive degli Stati Uniti d’America: il razzismo. A più di un secolo dalla liberazione degli schiavi e dalla Guerra Civile, la società statunitense è ancora intrisa di conflittualità.

La conflittualità etnica nasconde però le disuguaglianze economiche che affliggono sia le comunità nere che quelle bianche. Dietro l’identità assegnata dal colore della pelle si nasconde la ricerca di un senso di appartenenza che possa fare da porto sicuro. La certezza di essere i migliori, e che tutti i problemi derivino dalla semplice esistenza di qualcuno di diverso, è infatti rassicurante e confortante.

Così cresce Danny: con il mito della purezza della razza e del fratello-eroe finito in carcere per difendere i suoi diritti. Al contrario, Derek, in carcere scopre la stupidità di dividersi in base al proprio tasso di melanina, e come l’amicizia sia qualcosa che possa andare molto oltre la semplice apparenza esteriore. Uscito dal carcere, arriva però il momento della verità: Derek, ormai un simbolo per la congregazione neonazista di cui faceva parte, deve scegliere tra la vecchia vita e un nuova. In gioco non c’è solamente il suo futuro, ma anche quello di suo fratello Danny.

Il razzismo non è infatti una malattia incurabile. Non ha nulla di genetico. È un terribile e infido virus culturale, che può essere debellato con la conoscenza e il confronto. Lo stesso Derek, adolescente bonario, non era nato razzista: il razzismo lo aveva imparato da suo padre, così come il suo fratellino più piccolo. In carcere, Derek, è stato esposto per forza di cose alla cura antivirale giusta e ne è uscito un uomo nuovo, un uomo migliore.

Gli rimarrà solo di provare a salvare Danny, prima che sia troppo tardi.

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